Indice dei classici della letteratura comunista/Indice degli scritti di Lenin

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Lenin - L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo

Presentazione della redazione di La Voce

Lenin scrisse questo opuscolo nella primavera del 1920 (terminò il testo principale il 27 aprile e l’Appendice il 12 maggio 1920) in vista del II congresso dell’Internazionale Comunista (19 luglio - 7 agosto 1920). L’opuscolo uscì in russo nel giugno 1920 e in luglio uscirono le traduzioni in tedesco, francese e inglese. L’edizione inglese, sulla quale abbiamo rivisto la traduzione italiana degli Editori Riuniti (Opere complete vol. 31 (1957)), fu personalmente rivista da Lenin e l’opuscolo porta il titolo Il comunismo “di sinistra”, malattia infantile del comunismo, più coerente con il suo contenuto. Il manoscritto reca il sottotitolo Saggio di conversazione popolare sulla strategia e sulla tattica marxista, tralasciato però dall’autore nel testo a stampa, insieme con la dedica (ironica) a Lloyd George: “Dedico quest’opuscolo all’onorevole mister Lloyd George in segno di gratitudine per il suo discorso del 18 marzo 1920, discorso quasi marxista e comunque eccezionalmente utile per i comunisti e i bolscevichi di tutto mondo”.

Il tema dell’opuscolo è la trasformazione che i promotori dei neonati o nascenti partiti comunisti della Germania, dell’Inghilterra, degli Stati Uniti d’America, dell’Italia, della Francia, dell’Olanda e di altri paesi europei dovevano compiere, per essere all’altezza del compito che volevano assumere. Essi provenivano in gran parte dalle file della II Internazionale e non a caso allo scoppio della guerra mondiale (all’inizio dell’agosto 1914), anche quelli di loro che non avevano aderito al tradimento, non avevano saputo impedire che i rispettivi partiti tradissero i loro stessi programmi (nello specifico il Manifesto di Basilea che tutti avevano firmato alla fine del novembre 1912) e collaborassero con la borghesia del rispettivo paese rendendosi complici della guerra fratricida o (come fu il caso del Partito socialista italiano) assumessero una posizione di neutralità (“né aderire né sabotare”), rinunciassero cioè a promuovere la lotta delle masse popolari contro la guerra abbandonando il proprio ruolo di direzione e lasciando le masse popolari allo sbando.

La trasformazione (la Riforma Intellettuale e Morale, diremmo noi oggi) che i promotori dei partiti comunisti dei paesi imperialisti dovevano compiere è il tema che Lenin tratta in più scritti, a partire dall’inizio della guerra (alcuni sono reperibili anche sul sito www.nuovopci.it) fino alla conclusione del IV congresso dell’IC (1922). Il tema venne ripreso da Stalin e dall’IC e si tradusse nel progetto di bolscevizzazione dei partiti dell’Internazionale Comunista. Il progetto venne accettato ma sostanzialmente eluso dai partiti comunisti dei paesi imperialisti. Il proposito di attuarlo intrapreso da Gramsci per il partito italiano quando alla fine del 1923 l’Esecutivo dell’IC lo incaricò di dirigere il partito, ebbe fine con il suo arresto operato dai fascisti nel novembre 1926. Per noi eredi del movimento comunista italiano, che vogliamo attingere alla sua esperienza, è indispensabile tener conto di questa sistematica deviazione dal leninismo propria dei partiti comunisti dei paesi europei e, per quello che riguarda direttamente noi, in particolare del partito italiano di cui ci dichiariamo eredi (Manifesto Programma del (nuovo) Partito comunista italiano).

Per capire giustamente lo scritto di Lenin, bisogna che il lettore tenga presente che Lenin lo scrisse quando era ancora convinto che l’instaurazione del socialismo nei principali paesi europei e negli USA era questione di mesi o al massimo di pochi anni. Nell’aprile-maggio 1920 in Italia non si era ancora consumata la tragedia del settembre 1920 quando CGL e PSI abbandonarono vergognosamente e rovinosamente senza direzione gli operai che avevano occupato le fabbriche: il movimento era anzi ancora in piena ascesa. In Europa orientale l’aggressione polacca sostenuta dalle potenze europee era vittoriosamente respinta dall’Armata Rossa che stava anche liquidando gli ultimi eserciti reazionari russi (Wrangel in Crimea). Il movimento di massa favorevole all’instaurazione del potere sovietico e all’eliminazione del potere dei circoli borghesi (del quale il Parlamento era in ogni paese la sintesi dichiarata e il simbolo), era in piena ascesa in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Italia e in Francia oltre che in paesi minori. Tutto faceva credere che i partiti comunisti avrebbero imparato in fretta a dirigere e portato questo movimento alla vittoria.

 Poco più di un anno dopo, al III Congresso dell’IC (22 giugno-12 luglio 1921) Lenin dirà (stando all’approssimativo verbale del discorso): “Quando abbiamo iniziato, a suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poter essere noi l’avanguardia del suo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze comportava che noi prendessimo il potere. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto, e allora la nostra vittoria sarà definitivamente assicurata, o faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia doveva essere assicurata dall’appoggio della rivoluzione mondiale. Già prima della rivoluzione e anche dopo di essa, pensavamo: o la rivoluzione vincerà subito, o almeno molto presto, negli altri paesi capitalisticamente più sviluppati, oppure, in caso contrario, soccomberemo. Nonostante questa consapevolezza abbiamo fatto di tutto per salvaguardare, in tutte le circostanze e a ogni costo, il sistema sovietico, perché sapevamo di lavorare non soltanto per noi, ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo e abbiamo espresso più volte questa convinzione: prima della Rivoluzione d’Ottobre e subito dopo, nel periodo della pace di Brest-Litovsk [dicembre 1917-marzo 1918]. E a grandi linee ciò era giusto.

Ma in realtà il movimento non è stato così lineare come ci attendevamo. Negli altri grandi paesi, capitalisticamente più sviluppati, la rivoluzione finora non ha ancora vinto. È vero però, e possiamo constatarlo con soddisfazione, che la rivoluzione avanza in tutto il mondo, e soltanto grazie a questa circostanza la borghesia internazionale, benché economicamente e militarmente cento volte più forte di noi, non riesce a soffocarci. (...) La rivoluzione internazionale che noi prevedevamo, avanza, ma questo movimento progressivo non è così lineare come ci attendevamo.”

Noi comunisti oggi constatiamo che il movimento dell’umanità è stato ancora meno lineare di quanto Lenin probabilmente immaginava. Tuttavia più importante ancora è constatare che esso è andato comunque nella direzione che la scienza marxista permetteva a Lenin di prevedere. Oggi, in condizioni immediate a prima vista (in altre parole, superficialmente e quindi anche agli occhi di chi non va oltre la superficie delle cose) alquanto diverse da quelle dell’inizio del secolo scorso, ci troviamo tuttavia ancora alle prese con la rivoluzione socialista e con il fatto, già allora individuato grazie alla scienza marxista, che perché la rivoluzione socialista vinca bisogna che i comunisti si mettano all’altezza del loro ruolo. In cosa consiste la trasformazione che dobbiamo compiere noi comunisti, è l’argomento di cui tratta lo scritto di Lenin, riferendosi alla situazione concreta della primavera del 1920. Ma è un argomento a proposito del quale il corso della prima ondata della rivoluzione proletaria ci ha insegnato in seguito molto altro. La rivoluzione socialista vince se i comunisti sono all’altezza del loro ruolo di classe dirigente, ovviamente una classe dirigente di nuovo tipo data la natura assolutamente nuova del salto che l’umanità deve compiere.

Un’ultima nota per quanto riguarda il Partito comunista italiano. Dallo scritto che segue risulta che Lenin nel maggio 1920 si attendeva e auspicava che in Italia il partito comunista nascesse per confluenza dei comunisti di Gramsci e dei massimalisti di Serrati (anch’essi in massa favorevoli al regime sovietico), certamente non sotto la direzione di Bordiga e della sua corrente astensionista (che Lenin giustamente classifica tra i comunisti “di sinistra”): Lenin riteneva che oramai la rottura con i comunisti “di sinistra” era inevitabile, (vedi appresso la nota di Lenin alla fine del cap. 7 e il cap. I dell’Appendice) perché i comunisti riuscissero ad assumere la direzione del movimento rivoluzionario in corso. Una serie di circostanze ha fatto andare le cose altrimenti e in Italia il partito comunista è nato (21 gennaio 1921) proprio sotto la direzione di Bordiga ostinatamente legato al comunismo “di sinistra” e vi è rimasto fino a gran parte del 1923 annullando sostanzialmente anche l’effetto della tardiva rottura (inizio ottobre 1922) dei massimalisti di Serrati con i socialtraditori di Turati. Questo fatto rende ragione del successo del fascismo ed è di questo che tratta Gramsci nelle prime pagine dello scritto del febbraio 1926 Cinque anni di vita del partito (www.nuovopci.it) di cui raccomandiamo la lettura. Nel movimento delle masse si determinano momenti in cui o il partito della rivoluzione tira le estreme  conseguenze del favore popolare che riscuote e dello sbandamento nelle file della classe dominante che si combina con quel seguito e prende il potere, oppure l’impotenza che il partito della rivoluzione dimostra causa lo sbandamento nelle file popolari e la combattività delle masse popolari decade. Portare la rivoluzione fino al punto giusto e approfittare del momento favorevole che così si crea, fa parte dell’arte della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti. In Italia né il partito socialista né il partito comunista hanno mai lavorato in quest’ottica. Sta a noi comunisti dei paesi imperialisti imparare quest’arte e instaurando il socialismo dimostrare di averla imparata.

 

Lenin - L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo

 

Indice

1. In che senso possiamo parlare di significato internazionale della rivoluzione russa?

2. Una delle condizioni essenziali del successo della rivoluzione russa

3. Le tappe principali nella storia del bolscevismo

4. Lottando contro quali nemici in seno al movimento operaio il bolscevismo è cresciuto, si è rafforzato e temprato

5. Il comunismo “di sinistra” in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse

6. I rivoluzionari devono lavorare nei sindacati reazionari?

7. Dobbiamo partecipare ai parlamenti borghesi?

8. Nessun compromesso?

9. Il comunismo “di sinistra” in Inghilterra

10. Alcune conclusioni

 

Appendice

I. La scissione dei comunisti tedeschi

II. I comunisti e gli “indipendenti” in Germania

III. Turati e compagnia in Italia

IV. Conclusioni sbagliate da giuste premesse

V. [Una correzione a proposito dei comunisti olandesi] (titolo redazionale La Voce)

 

Nota redazionale La Voce - Le note di Lenin inserite nel testo sono tra parentesi quadre precedute e seguite da un asterisco*. Le note tra parentesi quadre inserite nel testo senza asterisco sono della redazione di La Voce. Dove occorre rimandare ai volumi delle Opere complete di Lenin degli Editori Riuniti, indichiamo questa edizione con OC seguita dal volume e dall’anno di pubblicazione del volume. Lo scritto di Lenin che segue è contenuto nel vol. 31 (1967). Le note fuori testo e numerate sono in parte degli Editori Riuniti e in parte della redazione di La Voce.

 

[TESTO PRINCIPALE] (titolo redazionale La Voce)

27 aprile 1920

1. In che senso possiamo parlare di significato internazionale della rivoluzione russa?

Nei primi mesi dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato in Russia (25 ottobre [calendario giuliano] - 7 novembre [calendario gregoriano] 1917), poté sembrare che le grandissime differenze esistenti fra la Russia arretrata e i paesi progrediti dell’Europa Occidentale avrebbero reso la rivoluzione del proletariato in questi paesi assai poco simile alla nostra. Adesso abbiamo già di fronte a noi un’esperienza internazionale considerevole e questa attesta nel modo più netto che alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione non sono caratteristiche locali o solo nazionali, né esclusivamente russe, ma internazionali. E non parlo qui di significato internazionale nel senso lato della parola: non alcuni, ma tutti i tratti fondamentali e molti tratti secondari della nostra rivoluzione hanno un’importanza internazionale, in quanto essa ha un’influenza su tutti i paesi. No! Io parlo qui nel senso più stretto della parola, intendendo per significato internazionale la validità internazionale o l’inevitabilità storica che negli altri paesi si ripeta ciò che è avvenuto nel nostro. Bisogna ammettere che alcuni dei tratti fondamentali della nostra rivoluzione hanno un simile significato.

Certo, sarebbe un gravissimo errore voler esagerare questa verità, estenderla a più di alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione. Sarebbe altresì un errore trascurare il fatto che, subito dopo la vittoria della rivoluzione proletaria almeno in uno dei paesi progrediti, avverrà verosimilmente una brusca svolta, cioè la Russia cesserà di essere il paese  modello e sarà di nuovo un paese arretrato (dal punto di vista “sovietico” e socialista).

Ma nel presente momento storico le cose stanno proprio così: il modello russo indica a tutti i paesi qualcosa - e qualcosa di molto essenziale - del loro inevitabile e non lontano avvenire. In tutti i paesi, gli operai progrediti lo hanno compreso da molto tempo; più spesso ancora lo hanno non tanto compreso quanto intuito, presentito con l’istinto proprio della classe rivoluzionaria. In questo consiste il significato internazionale (nel senso stretto della parola) del potere sovietico e dei principi della teoria e della tattica del bolscevismo. Questo non l’hanno compreso i capi “rivoluzionari” della II Internazionale [La II Internazionale fu costituita nel Congresso di Parigi del 14-21 luglio 1889, da rappresentanze di partiti operai e socialisti. Il suo ruolo storico è illustrato da Stalin in Principi del leninismo. La sua impotenza rivoluzionaria divenne palese nel 1914 all’esplodere della I guerra mondiale. La I Internazionale era stata sciolta a Filadelfia nel luglio del 1876] del genere di Kautsky in Germania, di Otto Bauer e Friedrich Adler in Austria, i quali proprio per questo si sono rivelati dei reazionari, dei difensori del peggiore opportunismo e del tradimento del socialismo. Detto di passaggio, l’opuscolo anonimo [l’opuscolo pubblicato anonimo era di Otto Bauer] La rivoluzione mondiale pubblicato a Vienna nel 1919 mostra con speciale evidenza tutto uno svolgimento, tutto un giro di idee o, meglio, tutto un abisso di mancanza di idee, di pedanteria, di bassezza e di tradimento degli interessi della classe operaia, e tutto ciò condito con la salsa della “difesa” dell’idea della “rivoluzione mondiale”.

Ma su questo opuscolo ci soffermeremo in modo più particolareggiato in altro luogo. Qui facciamo notare ancora solo una cosa: in tempi molto remoti, Kautsky, quando era ancora un marxista e non un rinnegato, affrontando la questione come storico, previde la possibilità che si arrivasse a una situazione in cui lo spirito rivoluzionario del proletariato russo sarebbe divenuto un modello per l’Europa Occidentale. Ciò avveniva nell’anno 1902, quando Kautsky pubblicò nel giornale rivoluzionario Iskra n. 18 del 10 marzo [Iskra (La scintilla), fondato da Lenin, segna l’inizio organizzativo della costruzione del legame del partito con la massa del proletariato rivoluzionario. Venne pubblicato all’estero a partire dalla fine del 1900 (il primo numero porta la data del 24 dicembre) e introdotto clandestinamente in Russia. Nell’autunno del 1903 cadde nelle mani della frazione menscevica, di minoranza. Subito dopo la pubblicazione del n. 50 Lenin si dimise dalla redazione (le dimissioni di Lenin portano la data del 1° novembre 1903)] l’articolo Gli slavi e la rivoluzione. In quell’articolo Kautsky scriveva:

“Oggi *[al contrario di quanto avveniva nel 1848]* [nel 1848 complessivamente gli slavi contribuirono a soffocare la lotta dei tedeschi e degli ungheresi contro i latifondisti e l’assolutismo feudale austriaco] sembra non soltanto che gli slavi sono entrati nel novero dei popoli rivoluzionari, ma anche che il centro di gravità del pensiero rivoluzionario e dell’azione rivoluzionaria si sposta sempre più verso gli slavi. Il centro rivoluzionario si sposta da occidente a oriente. Nella prima metà del secolo XIX si trovava in Francia, talora in Inghilterra. Nel 1848 la Germania entrò nelle file delle nazioni rivoluzionarie... Il nuovo secolo comincia con avvenimenti tali da far pensare che ci avviciniamo a un ulteriore spostamento del centro rivoluzionario, e precisamente al suo trasferimento in Russia... La Russia, che ha attinto dall’Occidente tanta iniziativa rivoluzionaria, è forse ora pronta a diventare essa stessa una sorgente di energia rivoluzionaria per l’Occidente. Il rinfocolato movimento rivoluzionario russo diverrà forse il mezzo più potente per sradicare lo spirito di filisteismo infrollito e di politicantismo praticone che incomincia a diffondersi nelle nostre file e farà nuovamente divampare in vivida fiamma l’ardore della lotta e l’appassionata dedizione ai nostri grandi ideali. Da lungo tempo la Russia ha cessato di essere per l’Europa Occidentale un semplice baluardo della reazione e dell’assolutismo. Oggi forse avviene proprio l’opposto: l’Europa Occidentale diventa il baluardo della reazione e dell’assolutismo in Russia... I rivoluzionari russi l’avrebbero forse già da un pezzo fatta finita con lo zar, se non dovessero lottare contemporaneamente anche contro il suo alleato, il capitale europeo. Vogliamo sperare che questa volta essi riusciranno a venire a capo di entrambi i nemici e che la nuova Santa Alleanza crollerà più presto di quelle che l’hanno preceduta. Ma qualunque sarà l’esito della presente lotta in Russia, non saranno vani il sangue e le  sofferenze dei martiri che essa genererà, purtroppo, in numero comunque troppo grande. Il sangue e le sofferenze feconderanno i germogli del rivolgimento sociale in tutto il mondo civile e ne renderanno lo sviluppo più rigoglioso e più rapido. Nel 1848 gli slavi furono il rigido gelo che troncò i fiori della primavera dei popoli. Forse oggi è loro riservato di essere l’uragano che infrangerà il ghiaccio della reazione e apporterà irrefrenabilmente ai popoli una nuova, felice, primavera”.

Come scriveva bene Karl Kautsky, diciotto anni fa!

 

2. Una delle condizioni essenziali del successo della rivoluzione russa

È certo che ormai quasi tutti si rendono conto che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se nel nostro partito non fosse esistita una disciplina severissima [Lenin fa a ragione quest’affermazione anche se nell’ottobre 1917 due membri del vertice dei bolscevichi, Kamenev e Zinoviev, avevano tradito e poco dopo erano stati reintegrati nel vertice stesso], veramente ferrea, se il partito non avesse avuto l’appoggio senza riserve e pieno di abnegazione di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto fino all’abnegazione, di influente e capace di guidare o di attrarre gli strati arretrati.

La dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della nuova classe contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata (sia pure in un solo paese), e la cui potenza non consiste soltanto nella forza del capitale internazionale, nella forza e nella solidità dei legami internazionali della borghesia, ma anche nella forza dell’abitudine, nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia costantemente, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e su grande scala. Per tutte queste ragioni la dittatura del proletariato è necessaria, e la vittoria sulla borghesia è impossibile senza una guerra lunga, tenace, senza riserve e senza tregua, per la vita o per la morte, una guerra che richiede padronanza di sé, disciplina, fermezza, inflessibilità e unità di volere.

Ripeto: l’esperienza della vittoriosa dittatura del proletariato in Russia ha dimostrato con evidenza a coloro che non sanno pensare o non hanno mai dovuto meditare su questo problema, che una centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia.

Di queste cose si parla sovente. Ma si è ben lontani dal pensare abbastanza a che cosa ciò significa, a quali condizioni una tale vittoria è possibile. Non è invece doveroso accompagnare più spesso le acclamazioni al potere sovietico e ai bolscevichi con la più seria analisi della cause per le quali i bolscevichi hanno potuto forgiare la disciplina indispensabile al proletariato rivoluzionario?

Il bolscevismo, come corrente del pensiero politico e come partito politico, esiste dal 1903 [Al II Congresso (30 luglio-23 agosto 1902) del Partito operaio socialdemocratico di Russia, in una votazione decisiva sulla natura del Partito e il suo ruolo, prevalsero gli orientamenti di Lenin cioè del gruppo dell’Iskra, con 33 voti (bolscevico = maggioranza), contro i 16 voti dei fautori del partito-rete di sostenitori della rivoluzione e della tattica-processo (menscevico = minoranza); ma la rottura organizzativa tra le due frazioni iniziò nell’autunno del 1903 e divenne definitiva solo nel 1912: da allora esistettero due partiti]. Soltanto una storia del bolscevismo che abbraccia tutto il periodo della sua esistenza, può spiegare in maniera soddisfacente perché esso ha potuto forgiare e mantenere, nelle più difficili circostanze, la ferrea disciplina che è necessaria per la vittoria del proletariato.

E, innanzi tutto, sorge il problema: da che cosa è mantenuta la disciplina del partito rivoluzionario del proletariato? In che modo viene messa alla prova? In che modo viene rafforzata? In primo luogo, mediante la coscienza di classe dell’avanguardia proletaria e la sua devozione alla causa rivoluzionaria, mediante la sua fermezza, la sua abnegazione, il suo eroismo. In secondo luogo, mediante la capacità di questa avanguardia di collegarsi, di avvicinarsi e, se volete, di  fondersi fino a un certo punto con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie. In terzo luogo, mediante la giustezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politiche e a condizione che le grandi masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario, realmente capace di essere il partito di una classe d’avanguardia che deve rovesciare la borghesia e trasformare tutta la società, non è realizzabile. Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie. D’altra parte, queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta, e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario.

Se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, in circostanze quanto mai difficili, ha potuto creare e attuare con pieno successo la più severa centralizzazione e una ferrea disciplina, ciò è dovuto puramente e semplicemente a un complesso di particolari caratteristiche storiche della Russia.

Da una lato, il bolscevismo sorse nel 1903 sulla base saldissima della teoria marxista. Che questa teoria rivoluzionaria - e solo questa - è giusta, è stato dimostrato non soltanto dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono, ma anche e specialmente dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia. Nel corso di circa mezzo secolo, all’incirca dal 1840 al 1900, il pensiero d’avanguardia nella Russia, sotto il giogo inaudito, brutale e reazionario dello zarismo, cercò avidamente una giusta teoria rivoluzionaria e seguì con zelo e accuratezza sorprendente ogni “ultima parola” dell’Europa e dell’America in questo campo. La Russia è arrivata al marxismo, l’unica teoria rivoluzionaria giusta, attraverso il travaglio di un mezzo secolo di una storia di tormenti e di sacrifici inauditi, di un eroismo rivoluzionario mai visto, d’incredibile energia e di instancabili ricerche, studi, esperimenti, di applicazioni pratiche, delusioni, verifiche, confronti con le esperienze dell’Europa. Grazie all’emigrazione imposta dallo zarismo, la Russia rivoluzionaria, nella seconda metà del secolo diciannovesimo dispose, come nessun altro paese al mondo, di una grande ricchezza di legami internazionali, di un’ottima conoscenza delle forme e delle teorie mondiali del movimento rivoluzionario.

D’altro lato, il bolscevismo, sorto su questa granitica base teorica, è passato attraverso una storia pratica di quindici anni (1903-1917) che non ha eguali al mondo per ricchezza di esperienze. Perché non vi è paese che in questi quindici anni ha fatto, anche solo approssimativamente, tanto quanto la Russia nel senso dell’esperienza rivoluzionaria, della rapidità e varietà di successione delle diverse forme del movimento: legale e illegale, pacifico e violento, clandestino e aperto, di piccoli circoli e di grandi masse, parlamentare e terroristico. In nessun paese è stata concentrata, in così breve spazio di tempo, una tale ricchezza di forme, gradazioni e metodi di lotta di tutte le classi della società moderna; di una lotta, inoltre, che, in conseguenza dell’arretratezza del paese e del duro giogo dello zarismo, andava maturando con una celerità particolare e si appropriava, con speciale avidità e buon successo, della corrispondente “ultima parola” dell’esperienza politica europea e americana.

 

3. Le tappe principali nella storia del bolscevismo

Gli anni di preparazione della rivoluzione (1903-1905). Dappertutto si sente l’avvicinarsi della grande tempesta. In tutte le classi, effervescenza e preparazione. All’estero la stampa dell’emigrazione tratta tutte le questioni teoriche fondamentali della rivoluzione. I rappresentanti delle tre classi principali, delle tre correnti politiche più importanti - la borghese liberale, la democratica piccolo-borghese (coperta dalle insegne delle tendenze “socialdemocratica” e “socialista-rivoluzionaria”) e la proletaria rivoluzionaria - annunciano e preparano, con l’asprissima lotta a proposito delle loro opinioni tattiche e programmatiche, la prossima lotta di classe aperta. Tutti i problemi attorno ai quali si  svolse la lotta armata delle masse negli anni 1905-1907 e 1917-1920, si possono (e si devono) esaminare nella loro forma embrionale sulla stampa di allora. E naturalmente, oltre alle tre tendenze principali, ci sono innumerevoli forme intermedie, instabili, di transizione. Meglio: nella lotta degli organi di stampa, dei partiti, frazioni e gruppi, si fissano tendenze politico-ideologiche che erano in realtà tendenze di classe; le classi si forgiano le armi politiche e ideologiche necessarie per le future battaglie.

Gli anni della rivoluzione (1905-1907). Tutte le classi agiscono apertamente. Tutti i programmi e tutte le concezioni tattiche vengono verificate dall’azione delle masse. Scioperi di ampiezza e violenza senza precedenti al mondo. Trasformazione dello sciopero economico in sciopero politico e dello sciopero politico in insurrezione. Verifica pratica dei rapporti tra il proletariato dirigente e i contadini oscillanti, instabili, da esso diretti. Nello sviluppo spontaneo della lotta, nasce la forma sovietica dell’organizzazione [I primi Soviet (Consigli) degli operai russi si costituirono spontaneamente durante la rivoluzione del 1905. I bolscevichi li vedevano come organo di un futuro potere politico operaio, i menscevichi solo come organi di gestione della lotta in corso]. Le discussioni di questo periodo sulla funzione dei Soviet preannunciano la grande lotta degli anni 1917-1920. La sostituzione delle forme parlamentari della lotta con quelle non parlamentari, della tattica del boicottaggio del Parlamento con quella della partecipazione al Parlamento, delle forme legali della lotta con quelle illegali, come pure i rapporti reciproci e il nesso tra queste diverse forme: tutto ciò si distingue per una meravigliosa ricchezza di contenuto. Ogni mese di questo periodo, dal punto di vista dell’apprendimento degli elementi fondamentali della scienza politica - da parte delle masse e dei capi, delle classi e dei partiti - equivale a un anno di sviluppo “pacifico”, “costituzionale”. Senza la “prova generale” del 1905 non sarebbe stata possibile la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Gli anni della reazione (1907-1910). Lo zarismo ha vinto. Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono battuti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, decomposizione, tradimento, pornografia invece di politica. Si rafforza la tendenza all’idealismo filosofico; il misticismo è l’involucro che copre le tendenze controrivoluzionarie. Ma appunto la grande sconfitta è al tempo stesso, per i partiti rivoluzionari e per la classe rivoluzionaria, un’effettiva ed utilissima scuola, una scuola di dialettica storica, una scuola dove si impara a capire la lotta politica, una scuola dove si impara la scienza e l’arte di condurre la lotta politica. Nella sventura si conosce chi sono gli amici. Gli eserciti sconfitti fanno la loro scuola.

Lo zarismo vittorioso è costretto ad affrettare la distruzione dei residui della vita preborghese, patriarcale in Russia. Lo sviluppo borghese in Russia avanza con prodigiosa rapidità. Le illusioni di potersi situare all’infuori e al di sopra delle classi, le illusioni sulla possibilità di evitare il capitalismo, cadono in frantumi. La lotta di classe si presenta in forma del tutto nuova e ancora più netta.

I partiti rivoluzionari dovettero completare la loro istruzione. Essi hanno imparato a condurre l’offensiva. Ora bisogna comprendere la necessità di completare questa scienza con la scienza della ritirata in buon ordine. Bisogna comprendere - e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propria amara esperienza - che non si può vincere senza avere appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata. Fra tutti i partiti d’opposizione e rivoluzionari battuti, il partito dei bolscevichi si ritirò con maggiore ordine, con le minori perdite per il suo “esercito”, conservandone meglio il nucleo, con scissioni minori (per profondità e insanabilità), con la minor demoralizzazione e con la maggiore capacità di riprendere il lavoro nel modo più ampio, giusto ed energico. E i bolscevichi ottennero questo soltanto perché smascherarono e cacciarono spietatamente tutti i declamatori di frasi rivoluzionarie, i quali non volevano capire che bisognava ritirarsi, che bisognava sapersi ritirare, che bisognava imparare a qualunque costo a lavorare legalmente nei Parlamenti più reazionari, nelle più reazionarie organizzazioni sindacali, cooperative, di assicurazione e simili.

Gli anni della ripresa (1910-1914). Da principio, la ripresa fu incredibilmente lenta; in seguito, dopo gli avvenimenti della Lena [Il 4 aprile 1912, oltre 500 operai delle miniere d’oro delle Lena, in Siberia, furono uccisi dalla gendarmeria  zarista, durante una manifestazione per più umane condizioni di lavoro. 300.000 operai scesero in sciopero in tutta la Russia], nell’anno 1912, divenne un po’ più rapida. I bolscevichi, superando immense difficoltà, respinsero i menscevichi. La loro funzione come agenti borghesi nel movimento operaio era già stata perfettamente compresa dopo il 1905 da tutta la borghesia: essa quindi li appoggiava, in mille modi, contro i bolscevichi. Ma i bolscevichi non sarebbero mai riusciti a respingerli, se non avessero applicato una tattica giusta, la tattica di unire il lavoro clandestino con l’utilizzazione obbligatoria delle “possibilità legali”. Nella Duma ultrareazionaria i bolscevichi conquistarono tutta la curia operaia [Nelle elezioni alla Duma (Parlamento) la legge consentiva la presentazione di candidati delle assemblee operaie. Un complicato meccanismo elettorale, la corruzione e la persecuzione poliziesca ostacolavano però di fatto tale possibilità. I bolscevichi riuscirono a superarle grazie a un grande sforzo organizzativo, all’appoggio degli operai che giunsero allo sciopero per difendere il proprio diritto elettorale].

La prima guerra imperialista mondiale (1914-1917). Il parlamentarismo legale, con un “Parlamento” ultrareazionario, rende un servizio oltremodo utile al partito del proletariato rivoluzionario, ai bolscevichi. I deputati bolscevichi furono esiliati in Siberia [Allo scoppio della guerra, il partito bolscevico fu messo nella più assoluta illegalità, ma i deputati erano ancora relativamente tutelati. Essi (vedi Lenin, OC vol. 36 (1969) pag. 477 nota 362) furono incaricati di svolgere gran parte del lavoro propagandistico del partito contro la guerra. All’inizio dell’agosto 1914 votarono con grande clamore contro i crediti di guerra al governo. Nel novembre 1914, a causa di una delazione, furono tutti arrestati proprio durante una conferenza clandestina in cui decidevano di aderire alle tesi leniniste sulla guerra. Nel processo del febbraio 1915 i deputati bolscevichi difesero apertamente le tesi del Partito e furono condannati alla deportazione in Siberia]. Nella stampa dell’emigrazione russa vennero esposte tutte le gradazioni di vedute: il socialimperialismo, il socialsciovinismo, il socialpatriottismo, l’internazionalismo incoerente e l’internazionalismo conseguente, il pacifismo e la negazione rivoluzionaria delle illusioni pacifiste, trovano la loro piena espressione. Gli stupidi sapienti e le vecchie comari della II Internazionale che, [negli anni precedenti] di fronte all’abbondanza delle “frazioni” del socialismo russo e all’asprezza delle loro lotte, avevano sprezzantemente e boriosamente arricciato il naso, quando in tutti i pesi progrediti la guerra li spogliò della strombazzata “legalità”, non furono in grado di organizzare nemmeno in modo approssimativo uno scambio di opinioni così libero (illegale), o una così libera (illegale) elaborazione di concezioni giuste, come invece fecero i rivoluzionari russi in Svizzera e in parecchi altri paesi. Appunto con ciò i socialpatrioti dichiarati e i “kautskiani” di tutti i paesi dimostrarono di essere i peggiori traditori del proletariato. E se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, è stato capace di vincere, una della cause fondamentali di questa vittoria fu che il bolscevismo, fin dalla fine del 1914 smascherò senza pietà la nefandezza, la viltà, l’abiezione del socialsciovinismo e del “kautskismo” (a cui corrispondono il longuettismo in Francia, le idee dei capi del Partito laburista indipendente e dei fabiani in Inghilterra, Turati in Italia, ecc.) e che le masse, poi, si convinsero sempre più, per esperienza propria, della giustezza delle idee dei bolscevichi.

La seconda rivoluzione in Russia (dal febbraio all’ottobre 1917). L’incredibile decrepitezza e fossilizzazione dello zarismo avevano creato (con l’ausilio dei colpi e del peso di una guerra crudelissima) una straordinaria forza distruttiva rivolta contro di esso. In pochi giorni la Russia si trasformò in una repubblica democratica borghese che, nelle circostanze della guerra, era più libera di qualsiasi altro paese del mondo. Il governo, come nelle repubbliche più “rigorosamente parlamentari” fu creato dai capi dei partiti di opposizione e rivoluzionari: il fatto che un individuo era stato un capo di un partito di opposizione nel Parlamento, fosse pure il Parlamento più reazionario che si potesse immaginare, gli ha reso facile fare carriera nella rivoluzione.

I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari assimilarono mirabilmente, in poche settimane, tutti i metodi e i modi, gli argomenti e i sofismi degli eroi europei della II Internazionale, dei ministerialisti e della rimanente canaglia opportunista. Tutto ciò che leggiamo oggi su Scheidemann e su Noske, su Kautsky e su Hilferding, su Renner e su  Austerlitz, su Otto Bauer e su Friedrich Adler, su Turati e su Longuet, sui fabiani e sui capi del Partito laburista indipendente in Inghilterra, tutto ciò a noi russi sembra (ed è in realtà) una noiosa rifrittura, la ripetizione di un noto e vecchio motivo. Presso i menscevichi abbiamo già visto tutto questo. La storia si è permessa uno scherzo e ha costretto gli opportunisti di un paese arretrato a precedere gli opportunisti di molti paesi avanzati.

Se tutti gli eroi della II Internazionale hanno fatto bancarotta e si sono coperti di vergogna nella questione dell’importanza della funzione dei Soviet e del potere sovietico, se in questa questione sono rimasti svergognati e confusi in modo particolarmente “chiaro” i capi dei tre importantissimi partiti ora usciti dalla [risuscitata] II Internazionale (precisamente il Partito socialdemocratico indipendente tedesco, il Partito longuettista francese, il Partito laburista indipendente inglese), se essi tutti si sono rivelati schiavi dei pregiudizi della democrazia piccolo-borghese (proprio come i piccolo-borghesi del 1848 che si chiamavano “socialdemocratici”) [in Francia nel 1848 assunsero questa denominazione i rappresentanti della sinistra piccolo-borghese, rivoluzionaria a parole, ma incapace di qualsiasi azione concreta], noi avevamo già visto tutto ciò dall’esempio dei menscevichi. La storia si è permessa questo scherzo: nell’anno 1905 in Russia nacquero i Soviet; dal febbraio all’ottobre 1917 essi furono usati per un compito incompatibile con la loro natura dai menscevichi; questi fallirono per la loro incapacità di comprenderne la funzione e l’importanza; oggi l’idea del potere sovietico è nata in tutto il mondo e si diffonde con inaudita rapidità fra il proletariato di tutti i paesi, mentre tutti i vecchi eroi della II Internazionale, in conseguenza di quella stessa incapacità a comprendere la funzione e l’importanza dei Soviet, fanno dappertutto la stessa bancarotta dei nostri menscevichi. L’esperienza ha dimostrato che, in alcuni problemi oltremodo essenziali della rivoluzione proletaria, tutti i paesi dovranno fare inevitabilmente ciò che ha fatto la Russia.

I bolscevichi hanno incominciato con molta prudenza [dopo la rivoluzione di febbraio 1917] la loro lotta vittoriosa contro la repubblica parlamentare - di fatto borghese - e contro i menscevichi, e l’hanno condotta in un modo tutt’altro che semplice, all’opposto delle opinioni che oggi spesso si sentono esprimere in Europa e in America. Al principio del periodo ricordato [febbraio-ottobre 1917], noi non invitavamo ad abbattere il governo, ma spiegavamo l’impossibilità di abbatterlo senza alcuni mutamenti preventivi nella composizione e nell’orientamento dei Soviet. Noi non abbiamo proclamato il boicottaggio del Parlamento borghese, dell’Assemblea costituente,[1] ma - fin dalla conferenza di aprile (1917) [VII Conferenza panrussa bolscevica, Pietroburgo 24-29 aprile 1917] del nostro partito - abbiamo detto ufficialmente in nome del partito che una repubblica borghese con una Costituente è migliore di una repubblica borghese senza Costituente, ma che la repubblica sovietica “operaia e contadina” è migliore di qualsiasi repubblica parlamentare democratica borghese.

Senza tale preparazione lunga, previdente, minuziosa, accorta, non avremmo potuto né ottenere la vittoria nell’Ottobre 1917, né mantenere questa vittoria.

 

1. Eletta nel novembre 1917, l’Assemblea costituente il 5 gennaio 1918 rifiutò di riconoscere i decreti sovietici sulla terra, la pace, il controllo operaio e di discutere la Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato (Lenin, OC vol. 26 (1966) pagg. 402-405), approvata dal Consiglio dei Commissari del popolo e presentata da Lenin all’Assemblea in cui si affermava che tutto il potere apparteneva ai Soviet. L’Assemblea fu chiusa il giorno stesso con la forza e sciolta col decreto del 6 gennaio 1918 (Lenin, OC vol. 26 (1966) pagg. 413-415) del Consiglio dei commissari del popolo subito approvato dal Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet. Il 10 gennaio la Dichiarazione fu approvata dal III Congresso panrusso dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati e ad esso si unì il III Congresso panrusso dei Soviet dei contadini. La dissoluzione per mano militare e lo scioglimento per decreto dell’Assemblea costituente diedero la dimostrazione che in Russia, grazie all’azione svolta dai bolscevichi fuori e dentro i Parlamenti, il parlamentarismo era davvero “politicamente superato”. A proposito delle elezioni e della composizione dell’Assemblea Costituente, vedere l’articolo Le elezioni dell’Assemblea costituente e la dittatura del proletariato (Lenin, OC vol. 30 (1967) pagg. 225-246).

 

4. Lottando contro quali nemici in seno al movimento operaio il bolscevismo è cresciuto, si è rafforzato e temprato

Anzitutto e principalmente lottando contro l’opportunismo che nel 1914 si trasformò definitivamente in socialsciovinismo e passò definitivamente dalla parte della borghesia contro il proletariato. Quello fu naturalmente il principale nemico del bolscevismo in seno al movimento operaio. E a livello internazionale lo rimane ancora oggi. A questo nemico il bolscevismo rivolse e rivolge ancora la massima attenzione. Questo lato dell’attività dei bolscevichi è oggi abbastanza ben conosciuto anche all’estero.

Non si può dire che è altrettanto conosciuto un altro nemico del bolscevismo in seno al movimento operaio. All’estero non è ancora abbastanza noto che il bolscevismo è cresciuto, si è formato e temprato in una lotta di molti anni contro lo spirito rivoluzionario piccolo-borghese, che assomiglia all’anarchismo o ha preso qualcosa da esso, e si allontana, in tutte le cose essenziali, dalle condizioni e dai bisogni di una ferma lotta di classe proletaria. In teoria, per i marxisti è cosa del tutto certa - e confermata pienamente dall’esperienza di tutte le rivoluzioni e di tutti i movimenti rivoluzionari europei - che il piccolo proprietario, il piccolo padrone (tipo sociale che in molti paesi europei costituisce una massa molto vasta), il quale sotto il capitalismo soffre una continua oppressione e, molto spesso, un peggioramento incredibilmente brusco e rapido delle sue condizioni di vita e la rovina, si abbandona con facilità a sentimenti rivoluzionari estremi, ma non è capace di fermezza, organizzazione, disciplina, tenacia. Il piccolo borghese “infuriato” per gli orrori del capitalismo è un fenomeno sociale caratteristico, come l’anarchismo, di tutti i paesi capitalisti. L’inconsistenza di tale mentalità rivoluzionaria, la sua sterilità, la sua proprietà di trasformarsi rapidamente in sottomissione, apatia, fantasticheria e perfino in “folle” passione per questa o quella corrente borghese “di moda”, tutto ciò è universalmente noto. Ma il riconoscimento teorico e astratto di queste verità, non libera per nulla i partiti rivoluzionari dai vecchi errori: questi errori risorgono sempre per motivi inattesi, in forma alquanto nuova, in una veste e in circostanze prima sconosciute, in una situazione originale (più o meno originale).

L’anarchismo fu non di rado una sorta di castigo per i peccati di opportunismo commessi dal movimento operaio. Le due deformità si completavano a vicenda. E se in Russia, anche se la composizione della popolazione è più piccolo-borghese che nei paesi europei, l’anarchismo ha esercitato un’influenza relativamente insignificante nel periodo delle due rivoluzioni (1905 e 1917) e durante la loro preparazione, ciò, in parte, deve essere senza dubbio ascritto a merito del bolscevismo, che ha sempre condotto contro l’opportunismo la lotta più implacabile e più irriducibile. Dico “in parte”, perché nell’indebolimento dell’anarchismo in Russia una funzione ancora più importante ha avuto il fatto che esso, nel passato (nel decennio 1870-1880), aveva avuto la possibilità di svilupparsi con straordinario rigoglio e di rivelare, fino in fondo, la sua erroneità, la sua inettitudine come teoria capace di dirigere la classe rivoluzionaria.

Il bolscevismo fin dal suo sorgere, nel 1903, riprese le tradizioni della lotta implacabile contro il rivoluzionarismo piccolo-borghese, semianarchico (o capace di civettare con l’anarchismo), tradizioni sempre esistite nella socialdemocrazia rivoluzionaria e che presso di noi si rafforzarono specialmente tra il 1900 al 1903, quando in Russia si gettarono le basi del partito di massa del proletariato rivoluzionario. Il bolscevismo riprese e continuò la lotta contro il partito che esprimeva più di ogni altro le tendenze dello spirito rivoluzionario piccolo-borghese, cioè contro il partito dei socialisti-rivoluzionari, intorno a tre punti principali. In primo luogo, questo partito, che rifiutava il marxismo, si ostinava a non comprendere (forse è più esatto dire: non era in grado di comprendere) la necessità di ponderare, con rigorosa obiettività, prima di qualsiasi azione politica, le forze delle varie classi e i loro rapporti reciproci. In secondo luogo, questo partito si considerava particolarmente “rivoluzionario” o “di sinistra”, perché rendeva omaggio al terrorismo individuale, all’esecuzione di singoli esponenti dell’autorità nemica, cosa che noi marxisti respingevamo risolutamente. Noi, si capisce, respingevamo il terrorismo individuale soltanto per motivi pratici, mentre la gente capace di condannare “per principio” il terrorismo della grande Rivoluzione Francese o in genere il terrore posto in essere da  parte di un partito rivoluzionario che ha vinto ed è assediato dalla borghesia di tutto il mondo, questa gente era già stata coperta di ridicolo e di vergogna da Plekhanov nel 1900-1903, quando egli era ancora un marxista e un rivoluzionario. In terzo luogo, i socialisti-rivoluzionari ravvisavano il loro essere “di sinistra” nel dileggiare i peccati di opportunismo relativamente piccoli della socialdemocrazia tedesca, mentre, allo stesso tempo, imitavano gli opportunisti estremi di quel medesimo partito, per esempio, nella questione agraria e nella questione della dittatura dl proletariato.

La storia - sia detto di sfuggita - ha ora confermato, su grandissima scala, su scala storica mondiale, l’opinione che abbiamo sempre sostenuto, cioè che la socialdemocrazia rivoluzionaria tedesca (si noti che Plekhanov sin dal 1900-1903 aveva chiesto l’espulsione di Bernstein dal Partito socialdemocratico tedesco, e che i bolscevichi, che si mantennero sempre fedeli a questa tradizione, smascherarono nel 1913 tutta la bassezza, la viltà e il tradimento di Legien [2]) si avvicinava più di ogni altro a quel tipo di partito di cui aveva bisogno il proletariato rivoluzionario per poter vincere. Adesso, nel 1920, dopo i crolli ignominiosi e tutte le crisi del periodo della guerra e dei primi anni del dopoguerra, è chiaro che, di tutti i partiti dell’Europa Occidentale, proprio la socialdemocrazia rivoluzionaria tedesca ha dato i capi migliori e si è anche riavuta, risanata e rafforzata per prima. Ciò si vede sia nel partito degli “spartachisti”, sia nell’ala sinistra, proletaria, del Partito socialdemocratico indipendente di Germania, la quale conduce una lotta perseverante sia contro l’opportunismo sia contro la mancanza di carattere dei Kautsky, degli Hilferding, dei Ledebour, dei Crispien [Questa valutazione che Lenin dà nel 1920 dell’esperienza storica del Partito socialdemocratico tedesco va oggi studiata alla luce della successiva storia della Germania]. Se ora si getta uno sguardo d’insieme sul periodo storico ora completamente concluso, che va cioè dalla Comune di Parigi [1871] fino alla prima Repubblica Socialista Sovietica, il rapporto del marxismo con l’anarchismo prende in generale contorni perfettamente determinati e incontestabili. In ultima analisi, è risultato che il marxismo aveva ragione. È vero che gli anarchici denunciarono giustamente lo spirito opportunista delle idee sullo Stato dominanti nella maggioranza dei partiti socialisti, ma in primo luogo questo spirito opportunista era collegato con la deformazione e anzi con il diretto occultamento delle idee di Marx sullo Stato (nel mio libro Stato e rivoluzione ho mostrato [Lenin, OC vol. 25 (1967) pagg. 413-416] che Bebel, per 36 anni, dal 1875 al 1911 tenne nascosta una lettera di Engels che denunciava in modo particolarmente netto, reciso, aperto, chiaro, l’opportunismo delle concezioni socialdemocratiche correnti in merito allo Stato) [si tratta della lettera di Marx, Critica del programma di Gotha (1875) e della lettera di Engels Per la critica del progetto di programma del partito socialdemocratico (Erfurt 1891)]; in secondo luogo, la rettifica di queste idee opportuniste, il riconoscimento del potere sovietico e della sua superiorità sulla democrazia parlamentare borghese, procedettero con maggior rapidità e ampiezza proprio in seno alle correnti più marxiste dei partiti socialisti europei e americani.

 

2. L’autore si riferisce, evidentemente, all’articolo da lui pubblicato nella rivista bolscevica Prosvestcenie nell’aprile 1914, con il titolo Che cosa non si deve imitare nel movimento operaio (Lenin, OC vol. 20 (1966) pagg. 239-243), in cui denunciava il comportamento tenuto da Legien durante il suo viaggio del 1912 negli Stati Uniti.

 

In due casi la lotta del bolscevismo contro le deviazioni “di sinistra” nel partito bolscevico stesso prese proporzioni particolarmente grandi: nel 1908, in merito alla questione della partecipazione al “Parlamento” ultrareazionario e alle società operaie legali sottoposte a leggi ultrareazionarie, e nel 1918 (pace di Brest) a proposito della questione della ammissibilità di determinati “compromessi” [Trotsky, che dirigeva la delegazione sovietica alle trattative di pace a Brest-Litovsk, respinse le condizioni di pace del governo tedesco, pur avendo Lenin stipulato un armistizio il 3 dicembre 1917 e dato la direttiva di concludere rapidamente la pace. Riprese le ostilità, la pace fu poi conclusa il 3 marzo 1918 a condizioni ancora peggiori di quelle respinte da Trotsky].

Nel 1908, i bolscevichi “di sinistra” [3] furono espulsi dal nostro partito perché si rifiutavano ostinatamente di  comprendere la necessità di partecipare al “Parlamento” ultrareazionario. I “sinistri”, molti dei quali erano ottimi rivoluzionari e più tardi portarono (e portano tuttora) con onore il titolo di membri del partito comunista, si facevano forti specialmente della vittoriosa esperienza del boicottaggio del “Parlamento” promosso dai bolscevichi nel 1905. Quando lo zar nell’agosto 1905 annunciò la convocazione di un “Parlamento” consultivo,[4] i bolscevichi - contro tutti i partiti di opposizione e contro i menscevichi - chiamarono al boicottaggio, e realmente la rivoluzione dell’ottobre 1905 spazzò via il tentativo dello zar.[5] Allora il boicottaggio era giusto, non perché in generale è giusto non partecipare ai Parlamenti reazionari, ma perché avevamo giustamente valutato la situazione oggettiva che conduceva alla rapida trasformazione degli scioperi di massa dapprima in sciopero politico, poi in sciopero rivoluzionario, e da ultimo nell’insurrezione. Inoltre, allora si lottava per decidere se si doveva lasciare allo zar la convocazione della prima istituzione rappresentativa o se si doveva tentare di strappare l’iniziativa di questa convocazione dalle mani del vecchio potere. Quando venne meno, e non poteva non venir meno, la certezza di trovarsi si fronte a una situazione oggettiva analoga, come pure di una eguale tendenza e di un eguale ritmo nel suo sviluppo, il boicottaggio cessò di essere giusto.

 

3. Richiamo alla lotta, svoltasi nel 1908, contro gli otzovisti e gli ultimatisti, sui quali si vedano OC vol. 14 (1963) (Materialismo ed empiriocriticismo); vol. 15 (1967) pagg. 401-440; vol. 16 (1965) pagg. 22-25, 73-77, 346-364; volumi 34 (1955) e 35 (1955) (lettere a Gorki del febbraio-aprile 1908 e del novembre-dicembre 1913).

 

4. Nell’agosto 1905 lo zar emanò un manifesto, che uscì insieme con il progetto di legge, per l’istituzione di una Duma consultiva e il regolamento per la sua istituzione. Questa Duma, detta di Bulyghin, dal nome del ministro degli interni di quel tempo, fu attivamente boicottata dai bolscevichi. Il governo zarista non riuscì a convocare la Duma, che fu spazzata via dall’ondata rivoluzionaria.

 

5. L’autore si riferisce allo sciopero generale politico dell’ottobre 1905, a cui parteciparono oltre due milioni di cittadini. Questo sciopero, che si proponeva l’abbattimento dell’autocrazia, il boicottaggio attivo della Duma di Bulyghin, la convocazione di un’Assemblea costituente e l’instaurazione della repubblica democratica, condusse all’insurrezione armata del dicembre 1905.

 

Il boicottaggio bolscevico del “Parlamento” nel 1905 arricchì il proletariato rivoluzionario di un’esperienza politica straordinariamente preziosa, mostrando che nel combinare le forme di lotta legali e illegali, parlamentari ed extraparlamentari, è talora utile, e perfino necessario, sapere rinunciare a quelle parlamentari. Ma trasportare alla cieca, per pura imitazione, in modo non critico, questa esperienza in condizioni diverse, in una situazione diversa, è un gravissimo errore. Il boicottaggio bolscevico della Duma nel 1906 fu già un errore, sebbene piccolo e facile da correggere *[con le relative modificazioni, si può applicane alla politica e ai partiti ciò che vale per i singoli. Intelligente non è colui che non commette errori. Questi uomini non esistono e non possono esistere. Intelligente è colui che non commette errori troppo gravi e sa correggerli agevolmente e rapidamente]*. Un errore assai serio e più difficile da correggere era il boicottaggio del 1907-1908 e degli anni seguenti, quando da una parte non c’era da aspettarsi un’ascesa molto rapida dell’ondata rivoluzionaria e il suo sbocco in un’insurrezione, e dall’altra parte la necessità di combinare il lavoro legale con il lavoro illegale scaturiva da tutta la situazione storica della monarchia che si stava mettendo a nuovo per diventare una monarchia borghese. Oggi, quando si guarda indietro a quel periodo storico completamente chiuso la cui connessione con i periodi successivi si mostra ormai nella sua pienezza, si vede con particolare evidenza che i bolscevichi non avrebbero potuto mantenere (non dico neppure: consolidare, sviluppare, rafforzare) il saldo nucleo del partito rivoluzionario del proletariato negli anni 1908-1914, se non avessero sostenuto, in una lotta molto aspra, l’obbligo di combinare le forme illegali della lotta con le sue forme legali, l’obbligo di partecipare al Parlamento ultrareazionario e a numerose altre istituzioni sottoposte a leggi reazionarie (casse di assicurazione, ecc.).

Nel 1918 non si è giunti fino alla scissione. I “comunisti di sinistra”, allora, si limitarono a formare un gruppo a parte o “frazione” in seno al nostro partito e d’altronde non per molto tempo. Nel corso dello 1918 i più noti rappresentanti del “comunismo di sinistra”, per esempio i compagni Radek e Bukharin, hanno riconosciuto apertamente il loro errore. Essi avevano ritenuto che la pace di Brest fosse inammissibile in linea di principio e costituisse un compromesso con gli imperialisti dannoso al partito del proletariato rivoluzionario. E quello fu effettivamente un compromesso con gli imperialisti, ma precisamente un compromesso concluso in circostanze tali che lo rendevano obbligatorio.

 Oggi, quando sento gli attacchi - dei socialisti-rivoluzionari, per esempio - alla tattica da noi seguita sottoscrivendo il trattato di pace di Brest, o quando sento l’osservazione del compagno Lansbury, che in una conversazione con me disse: “I nostri inglesi capi dei sindacati dicono che i compromessi, se sono ammissibili per i bolscevichi, sono ammissibili anche per loro”, io rispondo, di solito, innanzitutto con un paragone semplice e “popolare”.

Immaginate che la vostra automobile sia fermata da banditi armati. Voi date loro il denaro, il passaporto, la rivoltella, l’automobile. In cambio vi siete liberati della piacevole compagnia dei banditi. Il compromesso esiste, senza dubbio. “Do ut des” (“io do” a te il denaro, l’arma, l’automobile, “affinché tu dia” a me la possibilità di andarmene sano e salvo). Ma è ben difficile trovare un uomo in possesso delle sue facoltà mentali che dichiari un simile compromesso “inammissibile in linea di principio”, che proclami la persona che lo ha concluso complice dei banditi (anche se i banditi, installatisi nell’automobile, possono utilizzare la macchina e l’arma per nuove grassazioni). Il nostro compromesso con i banditi dell’imperialismo tedesco è stato simile a un tale compromesso.

Ma quando i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari in Russia, gli scheidemanniani (e in notevole misura i kautskiani) in Germania, Otto Bauer e Friedrich Adler in Austria (prescindendo poi dai signori Renner e soci), i Renaudel, Longuet e soci in Francia, i fabiani, il Partito laburista indipendente e il Partito laburista (“laburisti”) in Inghilterra, dal 1914 al 1918 e poi dal 1818 al 1920, hanno concluso dei compromessi coi banditi della loro propria borghesia e talvolta anche con quelli della borghesia “alleata” contro il proletariato rivoluzionario del loro paese, allora sì che tutti questi signori agivano come complici del banditismo.

La conclusione è chiara: negare “per principio” i compromessi, negare in generale che è ammissibile fare compromessi, di qualunque genere essi siano, è una puerilità tale che è perfino difficile prenderla sul serio. Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti, e non permettere agli espertissimi socialisti “affaristi” e ai gesuiti parlamentari di evitare e sfuggire la responsabilità con dissertazioni sui “compromessi in generale”. I signori “capi” dei sindacati inglesi, come quelli della società fabiana e del Partito laburista indipendente, sfuggono proprio in questo modo alla responsabilità per il tradimento da essi commesso, per il compromesso di tal genere da essi concluso, compromesso che veramente rappresenta il peggior opportunismo, la defezione e il tradimento.

Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. Nella politica, questo non è sempre così facile come nel piccolo esempio che ho citato e che un bambino può comprendere. Ma chi volesse escogitare una ricetta per gli operai, che offrisse loro decisioni preparate in anticipo per tutti i casi della vita, o promettesse loro che nella politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà e situazioni complicate, sarebbe semplicemente un ciarlatano.

Per evitare le false interpretazioni, tenterò di indicare, sia pure nel modo più breve, alcune condizioni fondamentali per l’analisi di compromessi concreti.

Il partito che, firmando la pace di Brest, concluse un compromesso con l’imperialismo tedesco, aveva elaborato il suo internazionalismo nella pratica fin dalla fine del 1914. Esso non aveva temuto di proclamarsi per la sconfitta della monarchia zarista e di denunciare la parola d’ordine della “difesa della patria” lanciata quando era in corso una guerra tra due predoni imperialisti. I deputati al Parlamento di questo partito andarono in Siberia, anziché prendere la via che conduce ai portafogli ministeriali in un governo borghese. La rivoluzione, che abbatté lo zarismo e creò la repubblica democratica, ha sottoposto il partito a una nuova e grandissima prova: il partito non ha stipulato nessun accordo con i  “suoi” gruppi imperialisti, ma preparò il loro rovesciamento e li rovesciò. In possesso del potere politico, il partito non ha lasciato pietra su pietra né della proprietà fondiaria, né della proprietà capitalista. Dopo aver pubblicato e annullato i trattati segreti degli imperialisti, questo partito ha proposto la pace a tutti i popoli e si è sottomesso alla soperchieria dei predoni di Brest soltanto dopo che gli imperialisti anglo-francesi ebbero mandato all’aria la pace e i bolscevichi ebbero fatto tutto ciò che era umanamente possibile per affrettare la rivoluzione in Germania e negli altri paesi. Che un simile compromesso, concluso da un tale partito e in tali circostanze, sia stato assolutamente giusto, è un fatto che diviene ogni giorno più chiaro ed evidente per tutti.

I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari in Russia (come pure, nel 1914-1920, tutti i capi della II Internazionale in tutto il mondo) incominciarono con il tradimento quando giustificarono, direttamente o indirettamente, la “difesa della patria”, cioè la difesa della propria rapace borghesia. Essi continuarono nel loro tradimento quando entrarono in coalizione con la borghesia del proprio paese e lottarono insieme alla propria borghesia contro il proletariato rivoluzionario del proprio paese. Il blocco che essi formarono prima con Kerenski e i cadetti, poi in Russia con Kolciak e Denikin, come pure il blocco formato all’estero dai loro consimili con le borghesie dei rispettivi paesi, fu un passaggio nel campo della borghesia contro il proletariato. Dal principio alla fine, il loro compromesso con i banditi dell’imperialismo è consistito nel fatto che essi si sono resi complici del banditismo imperialista.

 

5. Il comunismo “di sinistra” in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse

I comunisti tedeschi dei quali ora dobbiamo parlare, non chiamano se stessi comunisti “di sinistra”, ma - se non sbaglio - “opposizione di principio”. Però, dall’esposizione che segue si vedrà che essi presentano tutti i sintomi dell’“estremismo malattia infantile del comunismo”.

Un piccolo opuscolo che difende il punto di vista di questa opposizione, intitolato La scissione nel Partito comunista di Germania (Lega Spartaco), edito dal “gruppo locale di Francoforte sul Meno”, espone con grandissimo rilievo, precisione, chiarezza e brevità la sostanza delle idee di questa opposizione. Alcune citazioni basteranno per far capire al lettore questa sostanza.

“Il partito comunista è il partito della più risoluta lotta di classe...Politicamente, questo periodo di transizione (tra il capitalismo e il socialismo) è il periodo della dittatura proletaria...Si pone la questione: chi deve esercitare la dittatura? Il partito comunista o la classe operaia?... Si deve, in linea di principio, aspirare alla dittatura del partito comunista o a quella della classe proletaria?”.

Più oltre l’autore dell’opuscolo accusa il “Comitato centrale” del Partito comunista di Germania di cercare le vie di una coalizione col Partito socialdemocratico indipendente di Germania e di porre la questione del riconoscimento di principio di tutti i mezzi politici di lotta, compreso il parlamentarismo, soltanto per mascherare la sua principale ed effettiva aspirazione a una coalizione con gli “indipendenti”. E l’opuscolo continua:

“L’opposizione ha scelto un’altra strada. Essa sostiene che la questione del dominio del partito comunista e della dittatura del partito è soltanto un questione di tattica. In ogni caso il dominio del partito comunista è l’ultima forma di ogni dominio di partito. Per principio si deve aspirare alla dittatura della classe proletaria. E tutte le decisioni del partito, la sua organizzazione, le sue forme di lotta, la sua strategia e la sua tattica si devono adeguare a questa aspirazione. Conformemente a questo, bisogna respingere decisamente qualsiasi compromesso con altri partiti, qualsiasi ritorno alle forme di lotta del parlamentarismo dato che esse sono storicamente e politicamente superate, ogni politica di destreggiamento e di accordi... I metodi specificamente proletari della lotta rivoluzionaria devono essere sottolineati con maggior forza. Ma per attrarre i più larghi circoli e strati proletari, che devono intervenire nella lotta rivoluzionaria sotto la guida del partito comunista, bisogna creare nuove forme di organizzazione su una base più ampia e nella cornice più vasta. Questo punto di raccolta di tutti gli elementi rivoluzionari è la “lega operaia” costituita sulla base delle  organizzazioni di fabbrica. In essa devono unirsi tutti gli operai che seguono la parola d’ordine: fuori dai sindacati! Qui il proletariato combattente si schiererà nelle più vaste formazioni di battaglia. Il riconoscimento della lotta di classe, del sistema dei Soviet e della dittatura è sufficiente per entrare nella “lega operaia”. Tutta l’ulteriore educazione politica delle masse combattenti e l’orientamento politico nella lotta è compito del partito comunista, il quale sta fuori della “lega operaia”…

Pertanto due partiti comunisti stanno ora di fronte: l’uno è un partito di capi, il quale si sforza di organizzare la lotta rivoluzionaria e di dirigerla dall’alto, arrivando a compromessi e al parlamentarismo per creare situazioni tali che permettano ai capi di entrare in un governo di coalizione, nelle mani del quale si troverebbe la dittatura... L’altro è il partito delle masse, il quale, aspettando l’ascesa della lotta rivoluzionaria dal basso, conosce e adotta per questa lotta soltanto un unico metodo, che conduce dritto allo scopo e respinge tutti i metodi parlamentari e opportunisti. Questo unico metodo è il metodo del rovesciamento incondizionato della borghesia per istituire quindi la dittatura proletaria di classe, per la realizzazione del socialismo... Là, dittatura dei capi; qui dittatura delle masse! Tale è la nostra parola d’ordine”.

Queste sono le tesi essenziali che caratterizzano le idee dell’opposizione nel Partito comunista di Germania. Ogni bolscevico che abbia coscientemente partecipato allo sviluppo del bolscevismo dal 1903 in poi, o l’abbia osservato da vicino, leggendo questi ragionamenti dirà subito: “Che robaccia vecchia e arcinota! Che bambinate “di sinistra”!!”

Ma esaminiamo più da vicino i ragionamenti che abbiamo citato.

Il solo fatto di porre il dilemma “dittatura del partito oppure dittatura della classe? Dittatura (partito) dei capi oppure dittatura (partito) delle masse?”, attesta un’incredibile e irrimediabile confusione di idee. Questa gente si sforza di escogitare qualche cosa del tutto speciale, ma diventa ridicola nella sua zelante sofisticheria. Tutti sanno che le masse si dividono in classi; che si possono contrapporre le masse e le classi soltanto quando si contrappone l’immensa maggioranza generica, non articolata in base al posto occupato nel sistema sociale della produzione, ai grandi gruppi che occupano ciascuno un suo posto particolare nel sistema sociale della produzione; che le classi sono dirette di solito e nella maggior parte dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici; che i partiti politici, come regola generale, sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite di maggiore autorità, dotate di influenza e di esperienza maggiori, elette ai posti di maggior responsabilità e chiamate capi. Tutto ciò è elementare. Tutto ciò è semplice e chiaro. Che bisogno c’era di sostituirlo con un gergo incomprensibile, con un nuovo volapük [lingua artificiale, tipo esperanto, che ebbe una certa diffusione sul finire del secolo XIX]?

Da un lato, è evidente che costoro sono caduti nella confusione quando sono venuti a trovarsi in una situazione difficile, nella quale il rapido passaggio del partito dallo stato legale a quello illegale e viceversa turba il rapporto solito, normale e semplice tra capi, partiti e classi. In Germania, come negli altri paesi europei, ci si è troppo abituati alla legalità, alla libera e regolare elezione dei “capi” mediante regolari congressi di partito, al facile controllo della composizione di classe dei partiti mediante le elezioni al Parlamento, le assemblee, la stampa, l’orientamento dei sindacati e di altre associazioni, ecc. Quando, da tale situazione abitudinaria, a causa del corso tempestoso della rivoluzione e dello sviluppo della guerra civile, si è dovuto rapidamente passare all’avvicendamento di legalità e illegalità, alla combinazione dell’una con l’altra, a metodi “scomodi” e “non democratici” di selezione, formazione o conservazione dei “gruppi di capi”, questa gente si è smarrita e ha incominciato a tirar fuori sciocchezze madornali.

Verosimilmente i “tribunisti” olandesi [6] [ma vedasi in proposito il cap. V dell’Appendice] che hanno avuto la sventura di nascere in un paese piccolo, con le tradizioni e nelle condizioni di una posizione legale particolarmente privilegiata e particolarmente stabile, uomini che non avevano mai visto avvicendarsi situazioni legali e illegali, si sono  confusi e smarriti loro stessi e hanno contribuito a così assurde invenzioni.

 

6. I “tribunisti” olandesi erano un gruppo di sinistra del Partito operaio socialdemocratico d'Olanda riunito attorno alla rivista De tribune. Nel 1918 i “tribunisti” avevano preso parte alla costituzione del Partito comunista d'Olanda.

 

D’altra parte, si nota semplicemente un uso assolutamente non meditato e incoerente dei termini “masse” e “capi”, termini che sono “di moda” ai nostri giorni. Questa gente ha sentito molte volte e ha tenuto a mente gli attacchi contro i “capi”, la contrapposizione dei “capi” alle “masse”, ma non ha saputo riflettere e venire in chiaro della cosa.

Il contrasto tra i “capi” e le “masse” si è manifestato in tutti i paesi con particolare chiarezza ed acutezza alla fine della guerra imperialista e dopo di essa. Negli anni 1852-1892 Marx ed Engels avevano spiegato molte volte le cause profonde di questo fenomeno con l’esempio dell’Inghilterra. La posizione monopolistica assunta dall’Inghilterra nel mondo fece emergere dalla “massa” un’“aristocrazia operaia”, a metà piccolo-borghese, opportunista. I capi di questa aristocrazia operaia passavano continuamente dalla parte della borghesia, erano mantenuti da questa, direttamente o indirettamente. Marx si guadagnò l’onorifico odio di questi farabutti, perché li bollava apertamente come traditori. L’imperialismo contemporaneo (del XX secolo) ha posto alcuni paesi avanzati in una situazione privilegiata e monopolistica. Su questo terreno è comparso dappertutto, nella II Internazionale, il tipo dei capi traditori, opportunisti, socialsciovinisti, che sostengono gli interessi della loro corporazione, del loro strato di aristocrazia operaia. Si è prodotto un distacco dei partiti opportunisti dalle “masse”, cioè dagli strati più estesi dei lavoratori, dalla loro maggioranza, dagli operai peggio pagati. La vittoria del proletariato rivoluzionario è impossibile senza lottare contro questo male, senza smascherare, svergognare e cacciare i capi opportunisti e socialtraditori: questa è la linea adottata dalla III Internazionale.

Giungere, per questo motivo, fino a contrapporre, in linea generale la dittatura delle masse alla dittatura dei capi, è una assurdità ridicola e una sciocchezza. È particolarmente buffo vedere che, di fatto, al posto dei vecchi capi, i quali sulle cose semplici professano idee correnti, si mettono avanti (protetti dalla parla d’ordine: “Abbasso i capi”) dei nuovi capi, che dicono cose inverosimilmente assurde e confuse. Tali sono in Germania Lauffenberg, Wolffheim, Horner [Anton Pannekök], Karl Schröder, Friedrich Wendell, Karl Erler. I tentativi di quest’ultimo di “approfondire” la questione e di proclamare in generale l’inutilità e il “carattere borghese” dei partiti politici, sono le colonne d’Ercole dell’assurdo, roba da far cadere le braccia. Qui si vede in realtà come, da un piccolo errore, si può sempre arrivare a un errore madornale, se vi si insiste, se lo si vuol motivare “profondamente”, se lo si “spinge fino in fondo”.

*[Dalla Kommunistische Arbeiterzeitung (Amburgo, 7 febbraio 1920, n. 32) Lo scioglimento del partito, articolo di Karl Erler): “La classe operaia non può distruggere lo Stato borghese senza distruggere la democrazia borghese e non può distruggere la democrazia borghese senza distruggere i partiti”. Le teste più confuse tra i sindacalisti e gli anarchici dei paesi latini possono esprimere “soddisfazione”: dei tedeschi seri, che si ritengono evidentemente marxisti (Karl Erler e Karl Horner con particolare serietà dichiarano nei loro articoli, pubblicati nel giornale citato sopra, di ritenersi dei marxisti seri e al tempo stesso dicono, in modo particolarmente comico, un'incredibile assurdità, rivelando di non aver capito l'abbiccì del marxismo), arrivano a dire cose assolutamente fuori luogo. Il riconoscimento del marxismo di per sé non garantisce dagli errori. I russi lo sanno molto bene, perché da noi il marxismo è stato molto spesso una “moda”.]*

Negare la necessità del partito e della disciplina di partito: ecco il risultato al quale è giunta l’opposizione. E ciò equivale al completo disarmo del proletariato a favore della borghesia. Ciò equivale appunto a quella dispersione, a quell’incostanza, a quell’incapacità di star saldi, di essere uniti, di coordinare le azioni che sono proprie della piccola borghesia e che rovinano inevitabilmente ogni movimento rivoluzionario del proletariato se vengono trattate con indulgenza. Dal punto di vista del comunismo, negare la necessità del partito, significa voler saltare dalla vigilia della fine del capitalismo (in Germania), non alla fase più bassa o a quella media, ma addirittura alla fase superiore del comunismo. Noi in Russia (nel terzo anno dopo l’abbattimento della borghesia) muoviamo i primi passi sulla via che va dal capitalismo al socialismo, ossia alla fase inferiore del comunismo. Le classi continuano ad esistere ed esisteranno  ancora per anni, dappertutto, anche dopo la conquista del potere da parte del proletariato. Può darsi che questo periodo sia più breve in Inghilterra, dove non ci sono contadini (ma ci sono tuttavia i lavoratori autonomi!). Sopprimere le classi non significa soltanto cacciare i proprietari fondiari e i capitalisti - ciò che noi abbiamo fatto con relativa facilità - ma vuol dire eliminare i piccoli produttori di merci, che è impossibile cacciare, impossibile eliminare, con i quali bisogna trovare un’intesa, che si possono (e si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente. Essi circondano il proletariato, da ogni parte, di un ambiente piccolo-borghese, lo permeano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell’individualismo, nell’alternanza di entusiasmo e di abbattimento, caratteri che sono propri della piccola borghesia. Occorre in seno al partito politico del proletariato la più severa centralizzazione e disciplina per riuscire a contrastare questi difetti, perché il proletariato adempia giustamente, con successo, vittoriosamente, la funzione organizzatrice (che è la sua funzione principale). La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che gode della fiducia di tutto quanto vi è di onesto nella sua classe, senza un partito che sa interpretare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo, è impossibile condurre a buon fine una lotta simile. Vincere la grande borghesia centralizzata è mille volte più facile che “vincere” milioni e milioni di piccoli proprietari, i quali, mediante la loro attività quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, disgregatrice, pervengono a quei medesimi risultati che sono necessari alla borghesia e che portano alla restaurazione della borghesia. Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito del proletariato (soprattutto durante la dittatura del proletariato), aiuta di fatto la borghesia contro il proletariato.

Accanto al problema dei capi, del partito, della classe, delle masse, si deve porre il problema dei sindacati “reazionari”. Ma prima mi permetto ancora alcune osservazioni conclusive, sulla base delle esperienze del nostro partito. Attacchi contro la “dittatura dei capi” ce ne sono stati sempre nel nostro partito: ricordo i primi attacchi nel 1895, quando il partito formalmente non esisteva ancora, ma il gruppo centrale cominciava già a formarsi a Pietroburgo e doveva incaricarsi della direzione dei gruppi rionali. Al IX Congresso del nostro partito (29 marzo - 5 aprile 1920) c’è stata una piccola opposizione che parlò anch’essa contro la “dittatura dei capi”, contro l’“oligarchia”, ecc. Quindi nella “malattia infantile” del “comunismo di sinistra” fra i tedeschi, non c’è nulla di strano, nulla di nuovo, nulla di terribile. È una malattia che passa senza pericolo e dopo di essa l’organismo diviene perfino più forte. D’altra parte, il rapido avvicendamento di lavoro legale e lavoro illegale, al quale era connessa la necessità di “nascondere” in modo particolare, di rendere particolarmente introvabili proprio lo Stato Maggiore, proprio i capi, ha prodotto talvolta, da noi, fenomeni estremamente pericolosi. Il peggiore di questi avvenne nel 1912, quando un provocatore, Malinovski, divenne membro del Comitato centrale dei bolscevichi. Egli fece scoprire decine e decine di compagni fra i migliori e i più devoti, facendo prendere loro la via della galera e affrettando la morte di molti. Se costui non causò danni ancora maggiori, fu soltanto perché, da noi, la combinazione del lavoro legale e del lavoro illegale era bene organizzata. Per guadagnarsi la nostra fiducia, Malinovski, come membro del Comitato centrale del partito e come deputato della Duma, doveva aiutarci a pubblicare giornali quotidiani legali, i quali, anche sotto lo zarismo, sapevano condurre la lotta contro l’opportunismo dei menscevichi e propagandare i principi del bolscevismo in forma opportunamente mascherata. Mentre con una mano mandava in galera e alla morte decine e decine dei migliori bolscevichi, Malinovski doveva contribuire con l’altra mano a formare, per mezzo della stampa legale, decine e decine di migliaia di nuovi bolscevichi. Su questo fatto non farebbero male a riflettere quei compagni tedeschi (ma anche inglesi e americani, francesi e italiani), che ora hanno davanti a sé il compito di imparare a svolgere un lavoro rivoluzionario nei sindacati reazionari. *[Malinovski è stato prigioniero di guerra in Germania. Al suo rientro in Russia, sotto il governo dei bolscevichi, è stato  subito processato e fucilato dai nostri operai. I menscevichi ci avevano attaccato con particolare asprezza per il nostro errore, cioè per aver lasciato infiltrare un provocatore nel Comitato centrale del partito. Ma quando noi, durante il governo Kerenski, abbiamo chiesto l'arresto di Rodzianko, presidente della Duma [quando Malinovski era contemporaneamente deputato e agente della polizia segreta zarista] e un processo contro di lui, perché già prima della guerra era al corrente dell'attività del provocatore Malinovski e non aveva informato in proposito i deputati trudoviki e operai della Duma, né i menscevichi né i socialisti-rivoluzionari che facevano parte del governo Kerenski hanno appoggiato la nostra richiesta e Rodzianko, rimasto in libertà, ha potuto raggiungere agevolmente Denikin.]*

In molti paesi, compresi anche i paesi più progrediti, la borghesia fa penetrare e farà penetrare indubbiamente molti provocatori nelle file dei partiti comunisti. Uno dei mezzi per lottare contro questo pericolo è un’intelligente combinazione di lavoro legale e lavoro illegale.

 

6. I rivoluzionari devono lavorare nei sindacati reazionari?

I “sinistri” tedeschi, da parte loro, considerano come cosa per loro decisa una risposta incondizionatamente negativa a questa domanda. Secondo loro, bastano le declamazioni e le esclamazioni di sdegno contro i sindacati “reazionari” e “controrivoluzionari” (Karl Horner proclama questo con speciale “gravità” e particolare stoltezza) per “dimostrare” che il lavoro dei rivoluzionari, dei comunisti nei sindacati gialli, socialsciovinisti, collaborazionisti, fautori di Legien, controrivoluzionari, è inutile e anzi inammissibile.

Ma, per quanto i “sinistri” tedeschi siano persuasi che questa tattica è rivoluzionaria, essa in realtà è fondamentalmente sbagliata e non è fatta di altro che di frasi vuote.

Per spiegare questo voglio incominciare con la nostra esperienza, in conformità col piano generale del presente scritto che ha lo scopo di applicare all’Europa Occidentale ciò che nella storia del bolscevismo e nella sua tattica presente è applicabile, valevole, obbligatorio per tutti i paesi.

I rapporti fra capi, partito, classe, masse e parimenti la posizione della dittatura del proletariato e del partito proletario verso i sindacati, si presentano oggi, da noi, concretamente nella seguente forma.

La dittatura viene realizzata dal proletariato organizzato nei Soviet e diretto dal Partito comunista dei bolscevichi che, secondo i dati dell’ultimo congresso del partito (aprile 1920), conta 611 mila iscritti. Il numero degli iscritti oscillò molto fortemente sia prima della Rivoluzione d’Ottobre sia dopo di essa. Di norma - anche nel 1918 e 1919 - era notevolmente minore.[7] Noi temiamo una forte crescita del partito perché in un partito che è al governo tentano inevitabilmente di insinuarsi arrivisti e avventurieri che meritano soltanto di essere fucilati. L’ultima volta che abbiamo spalancato le porte del partito [8] - ma soltanto agli operai e ai contadini - fu nei giorni (inverno 1919) in cui Iudenic si trovava a poche chilometri da Pietrogrado e Denikin si trovava a Oriol (a circa 350 chilometri da Mosca), cioè quando un pericolo disperato e mortale minacciava la Repubblica sovietica e quindi avventurieri, arrivisti, scrocconi e in generale uomini malsicuri non potevano affatto contare, unendosi ai comunisti, su una carriera vantaggiosa (ma potevano piuttosto attendersi la forca e le torture). Il partito, che convoca ogni anno i suoi congressi (all’ultimo partecipò un delegato ogni mille iscritti), è diretto da un Comitato centrale eletto dal congresso e composto di 19 persone. Il lavoro corrente è sbrigato a Mosca da due collegi ancor più ristretti, cioè dal cosiddetto “Orgburò” (Ufficio  di organizzazione) e dal “Politburò” (Ufficio politico) che vengono eletti in seduta plenaria dal Comitato centrale e sono composti ciascuno di cinque membri del Comitato centrale. Ne risulta quindi una vera e propria “oligarchia”. Nella nostra repubblica nessuna importante questione politica o di organizzazione viene mai decisa da un’istituzione di Stato senza le direttive del Comitato centrale del partito.

 

7. Il numero degli iscritti al partito bolscevico subì le seguenti modifiche tra la rivoluzione del febbraio 1917 e il 1919: VII conferenza del partito (aprile 1917) 80.000; VI congresso del partito (luglio-agosto 1917) circa 240.000; VII congresso (marzo 1918) non meno di 300.000; VIII congresso (marzo 1919) 313.766 iscritti.

 

8. Lenin si riferisce alla «settimana del partito » organizzata tra l'agosto e il settembre 1919 in varie località. In base a questa campagna di reclutamento, condotta in un periodo di lotta acuta contro l'intervento straniero e la contro-rivoluzione interna, nuove forze soprattutto di operai e contadini poveri affluirono nelle file dei partito: nelle sole province della Russia europea oltre duecentomila persone si iscrissero al partito comunista.

 

Il partito si appoggia nel suo lavoro direttamente sui sindacati, che oggi, secondo i dati dell’ultimo congresso (aprile 1920), contano più di 4 milioni di iscritti e formalmente sono senza partito. Di fatto, tutti gli organi direttivi dell’immensa maggioranza delle leghe sindacali, e in prima linea del Centro o Ufficio sindacale di tutta la Russia (Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta la Russia), sono composti di comunisti ed tutti applicano le direttive del partito. Si ha in definitiva un apparato formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, proletario, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla classe e alle masse e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la dittatura della classe. Senza il più stretto contatto con i sindacati, senza il loro ardente appoggio, senza il loro lavoro pieno di abnegazione per la costruzione non soltanto economica, ma anche dell’organizzazione militare, noi non avremmo certo potuto governare il paese e realizzare la dittatura, non durante due anni, ma neppure durante due mesi. S’intende che questo strettissimo contatto implica nella pratica un lavoro molto complicato e vario: propaganda, agitazione, riunioni tempestive e frequenti, non soltanto con i dirigenti, ma anche in generale con i membri attivi e influenti dei sindacati, lotta risoluta contro i menscevichi che fino ad ora dispongono di un certo numero, benché molto piccolo, di fautori e li inducono a servirsi di tutte le possibile insidie controrivoluzionarie, a cominciare dalla difesa ideologica della democrazia (borghese) e dalla propaganda dell’“indipendenza” dei sindacati (indipendenza dal potere statale proletario!), per finire con il sabotaggio della disciplina proletaria, ecc., ecc.

Noi non riteniamo sufficiente il contatto con le “masse” per mezzo dei sindacati. La pratica ha creato presso di noi, nel corso della rivoluzione, un’altra istituzione, le conferenze di operai e contadini senza partito, che noi ci adoperiamo in tutti i modi di appoggiare, sviluppare e allargare, per seguire la disposizione d’animo della masse, avvicinarci ad esse, rispondere ai quesiti che ci pongono, scegliere in mezzo ad esse i migliori lavoratori per i posti governativi, ecc. In uno degli ultimi decreti col quale si trasforma il Commissariato del Popolo per il Controllo Statale in Ispezione operaia e contadina, si conferisce a tali conferenze di senza partito il diritto di scegliere i membri del Controllo Statale per ispezioni di varia specie, ecc.

Inoltre, s’intende, tutto i lavoro del partito si svolge attraverso i Soviet, che raggruppano le masse lavoratrici senza distinzione di professione. I congressi distrettuali dei Soviet sono un’istituzione così democratica che non ha avuto e non ha ancora riscontro nelle migliori fra le repubbliche democratiche del mondo borghese. Per mezzo di questi congressi (che il partito si sforza di seguire con la massima attenzione), come pure con l’invio continuo di operai coscienti nei villaggi con svariati incarichi, viene realizzata la funzione direttiva del proletariato nei confronti dei contadini, viene realizzata la dittatura del proletariato urbano, la lotta sistematica contro i contadini ricchi, borghesi, sfruttatori e speculatori, ecc.

È questo il meccanismo generale del potere statale proletario, osservato “dall’alto”, dal lato della realizzazione pratica della dittatura. Si può sperare che il lettore comprenda perché al bolscevico russo, che conosce questo meccanismo e ha osservato durante venticinque anni come è venuto sviluppandosi a partire da circoli clandestini, piccoli e illegali, tutte le chiacchiere sul tema “dall’alto” o “dal basso”, dittatura dei capi o dittatura delle masse, ecc., non possono non sembrare che scempiaggini ridicole e puerili, simili a una discussione per sapere se all’uomo è più utile la gamba sinistra o il braccio destro.

Assurdità altrettanto ridicole e puerili non possono non sembrare a noi anche le chiacchiere, estremamente dotte e terribilmente rivoluzionarie, dei “sinistri” tedeschi i quali affermano che i comunisti non possono e non devono lavorare  nei sindacati reazionari, che è giusto rinunciare a svolgere questo lavoro, che bisogna uscire dai sindacati e creare assolutamente una “lega operaia” del tutto nuova, pura, escogitata da comunisti molto simpatici (e per la maggior parte, verosimilmente, molto giovani), ecc., ecc.

Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da una parte, le vecchie distinzioni professionali e corporative fra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli. Dall’altra parte ci lascia i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno soltanto con molta lentezza, nel corso di molti anni, in sindacati di produzione più larghi e meno corporativi (che abbracciano interi rami di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione) [Lenin fa riferimento a paesi in cui i sindacati di mestiere prevalevano sui sindacati di settori produttivi, per cui ad es. l’elettricista di una fabbrica metalmeccanica faceva parte del sindacato degli elettricisti e non del sindacato dei metalmeccanici: cosa che cento anni dopo non è più il caso dell’Italia]. In seguito, per mezzo di tali sindacati di settori produttivi, si passerà alla soppressione della divisione degli uomini secondo il mestiere, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far di tutto. A ciò tende il comunismo; a questo deve tendere e arriverà, ma soltanto dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi di anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato e formato, completamente florido e maturo, è come voler insegnare la matematica superiore a un bambino di quattro anni.

Noi possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto “difficile”. Ma ogni altro modo di affrontare il compito è così poco serio, che non vale la pena parlarne.

I sindacati, al principio dello sviluppo del capitalismo, furono un gigantesco progresso per la classe operaia, in quanto rappresentarono il passaggio dalla dispersione e dall’impotenza degli operai ai primi germi dell’unione di classe. Quando incominciò a svilupparsi la forma suprema dell’unione di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (il quale non sarà degno del suo nome finché non imparerà a unire i capi con la classe e con le masse in un tutto unico, in qualche cosa di inseparabile), i sindacati incominciarono inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, un certo angusto spirito corporativo, una certa propensione all’apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc. Ma il proletariato, in nessun paese del mondo si è sviluppato, né poteva svilupparsi altrimenti, che per mezzo dei sindacati, per mezzo dell’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia. La conquista del potere politico da parte del proletariato è un gigantesco passo avanti che il proletariato, come classe, ha compiuto. Il partito deve ancor più, in una forma nuova e non soltanto come prima, educare i sindacati e dirigerli, senza però dimenticare, in pari tempo, che essi sono, e a lungo ancora resteranno, una necessaria “scuola di comunismo” e una scuola preparatoria per la realizzazione, da parte dei proletari, della loro dittatura, un’unione necessaria degli operai per il graduale passaggio dell’amministrazione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non degli operai di singole professioni) e successivamente nelle mani di tutti i lavoratori.

Un certo “spirito reazionario” dei sindacati, nel senso indicato, è inevitabile durante la dittatura del proletariato. Non comprendere questo significa non capire niente delle condizioni fondamentali per il passaggio dal capitalismo al socialismo. Temere questo “spirito reazionario”, tentare di cavarsela senza di esso, di saltare oltre, è la maggiore delle sciocchezze, perché significa temere la funzione dell’avanguardia proletaria, che consiste appunto nell’istruire, nell’illuminare, nell’educare, nell’attrarre gli strati e le masse più arretrate della classe operaia e dei contadini a una nuova vita. D’altra parte, sarebbe un errore ancora più grave differire la realizzazione della dittatura del proletariato, finché non resti più un solo operaio che dimostri grettezza professionale, un solo operaio con pregiudizi corporativi e tradunionisti. L’arte dell’uomo politico (e la giusta concezione del proprio compito da parte di un comunista) consiste appunto nel valutare giustamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato può, con buon successo, prendere il potere; in cui essa può ottenere, per la presa del potere e dopo la presa del potere, un sufficiente  appoggio di strati abbastanza vasti della classe operaia e delle masse lavoratrici non proletarie; in cui, dopo di ciò, essa riuscirà a mantenere il suo dominio, a rafforzarlo, a estenderlo per mezzo dell’educazione, dell’istruzione, della conquista di masse sempre più numerose di lavoratori.

Proseguiamo. Nei paesi più avanzati della Russia, un certo carattere reazionario dei sindacati si è manifestato, e doveva senza dubbio manifestarsi, con una forza molto maggiore che da noi. Da noi, i menscevichi ebbero punti di appoggio nei sindacati (e in parte l’hanno ancora oggi in pochissimi sindacati) appunto in conseguenza della grettezza corporativa, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. In Occidente, i menscevichi di colà si sono “annidati” molto più solidamente nei sindacati; là si è formato uno strato, molto più forte che da noi, di “aristocrazia operaia” corporativa, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo. Ciò è incontestabile. La lotta contro i Gompers, contro i signori Jouhaux, Enderson, Merrheim, Legien e soci nell’Europa Occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, i quali rappresentano un tipo sociale e politico del tutto analogo. Questa lotta deve essere condotta senza pietà e, come noi abbiamo fatto, deve essere necessariamente continuata fino a coprire di vergogna, fino a estirpare completamente dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo. Non si può conquistare il potere politico (e non si deve tentare di prenderlo) fino a quando tale lotta non è stata portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse. Soltanto dei dirigenti politici del proletariato riflessivi, competenti ed esperti, possono determinarlo esattamente in ogni singolo paese. *[Come criterio del successo in questa lotta, servirono qui da noi, fra l’altro, le elezioni all’Assemblea costituente nel novembre 1917, pochi giorni dopo la rivoluzione proletaria del 25 ottobre [7 novembre] 1917. In queste elezioni i menscevichi furono sbaragliati, avendo ottenuto 0,7 milioni di voti - 1,4 milioni comprendendo la Transcaucasia - contro i 9 milioni di voti raccolti dai bolscevichi: in proposito si veda il mio articolo Le elezioni per l’Assemblea costituente e la dittatura del proletariato [Lenin, OC vol. 30 (1967) pagg. 225-246] pubblicato nel n. 7-8 di Internazionale Comunista]*[rivista pubblicata dal 1° maggio 1919 al giugno 1943 in russo, tedesco, francese, inglese, spagnolo e cinese].

Ma noi conduciamo la lotta contro l’“aristocrazia operaia” in nome delle masse operaie e per attrarre queste masse dalla nostra parte; conduciamo la lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima, sarebbe stolto. E una stoltezza simile commettono appunto i comunisti tedeschi “di sinistra”, i quali dal carattere reazionario e controrivoluzionario delle alte sfere dei sindacati traggono la conclusione che... bisogna uscire dai sindacati!! Rinunciare al lavoro nel loro seno!! Creare forme nuove, inventate, di organizzazione operaia!! È una sciocchezza imperdonabile e sarebbe il maggior servizio che i comunisti possano rendere alla borghesia. Giacché i nostri menscevichi, come pure tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani dei sindacati non sono niente altro che “agenti della borghesia nel movimento operaio” (come noi abbiamo sempre detto contro i menscevichi), ossia “commessi della classe capitalista nel campo operaio” secondo la bella espressione, profondamente giusta, dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare in seno ai sindacati reazionari, significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza sviluppate all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli “operai imborghesiti” (cfr. lettera di Engels a Marx del 1 858 a proposito degli operai inglesi [Marx-Engels Opere Complete, Editori Riuniti (1973) vol. 40]).

Appunto la balorda “teoria” della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra nel modo più chiaro con quanta leggerezza questi comunisti “di sinistra” affrontano la questione dell’influenza sulle “masse” e quale abuso fanno nei loro sproloqui della parola “masse”. Per sapere aiutare le “masse”, per sapere conquistarsi la simpatia, l’adesione e l’appoggio delle “masse”, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, le offese, le persecuzioni da parte dei “capi” (i quali, come opportunisti e socialsciovinisti, nella maggior parte dei casi sono legati direttamente o  indirettamente con la borghesia e con la polizia) e bisogna lavorare ad ogni costo là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, saper superare i maggiori ostacoli per svolgere una propaganda e un’agitazione sistematiche, tenaci, costanti, pazienti proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe - anche nelle più reazionarie - dove si trovano masse proletarie o semiproletarie. I sindacati e le cooperative operaie (queste ultime almeno talvolta) sono appunto le organizzazioni nelle quali si trovano le masse. In Inghilterra il numero degli iscritti alle trade unions, secondo i dati del giornale svedese Folkets Dagblad Politiken (del 10 marzo 1920), dalla fine del 1917 alla fine del 1918 è salito da 5,5 a 6,6 milioni, cioè è aumentato del 19%. Alla fine del 1919 le trade unions contano 7 milioni e mezzo di iscritti. Non ho sottomano i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti che attestano il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati in questi paesi, sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.

Questi fatti dicono in modo lampante ciò che è confermato da mille altri indizi: lo sviluppo della coscienza di classe e la tendenza all’organizzazione precisamente nelle masse proletarie, negli strati “inferiori” e negli strati arretrati. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania, passano per la prima volta dalla completa assenza di organizzazione alla forma di organizzazione più elementare, inferiore, più semplice, più accessibile (per coloro che sono ancora imbevuti di pregiudizi democratici borghesi) e cioè ai sindacati - e i comunisti di sinistra, rivoluzionari ma irragionevoli, se ne stanno a guardare e gridano “Le masse!” “Le masse!” e rifiutano di lavorare in seno ai sindacati!! Rifiutano con il pretesto dello “spirito reazionario” dei sindacati!! Escogitano una nuova “lega operaia” pura, monda di pregiudizi democratici borghesi, senza pecche corporative e grettezze professionali, una “lega operaia” che, dicono, sarà (sarà!) assai ampia e per entrare nella quale si porrà come condizione soltanto (soltanto!) il “riconoscimento del sistema dei Soviet e della dittatura” (si veda la citazione riportata sopra)!!

Non è possibile immaginare un’insensatezza maggiore, un maggior danno per la rivoluzione di quello che cagionano i rivoluzionari “di sinistra”! Se noi oggi, in Russa, dopo due anni e mezzo di vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione di ammissione nei sindacati il “riconoscimento della dittatura” faremmo una sciocchezza, comprometteremmo la nostra influenza sulle masse, faremmo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti consiste infatti tutto nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra loro, nel non separarsi da loro con parole d’ordine “di sinistra” cervellotiche e puerili.

Non c’è dubbio che i signori Gompers, Henderson, Jouhaux, Legien sono molto riconoscenti a simili rivoluzionari “di sinistra” i quali, come l’opposizione tedesca “di principio” (ci guardi il cielo da tali “principi”!) o come alcuni rivoluzionari dell’organizzazione americana Operai industriali del mondo,[9] predicano l’uscita dai sindacati reazionari e il rifiuto di lavorare in essi. Non c’è dubbio che i signori “capi” dell’opportunismo ricorreranno a tutti gli stratagemmi della diplomazia borghese, all’ausilio dei governi borghesi, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti di entrare nei sindacati, per scacciarli con tutti i mezzi dai sindacati, per rendere il loro lavoro nelle organizzazioni sindacali quanto più è possibile ingrato, per offenderli, vessarli e perseguitarli. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e - in caso di bisogno - ricorrere anche ad ogni genere di astuzie, di furbizie, di metodi illegali, alla reticenza, all’occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi, compiervi a tutti i costi un lavoro comunista. Sotto la zarismo, fino al 1905, noi non avevamo nessuna “possibilità legale”, ma quando Zubatov, funzionario della polizia segreta zarista, organizzò riunioni operaie e società operaie del tipo dei  centoneri per dar la caccia ai rivoluzionari e per lottare contro di essi, noi mandammo in quelle riunioni e in quelle società dei membri del nostro partito (io ricordo personalmente il compagno Babusckin, un eminente operaio di Pietroburgo, fucilato nel 1906 dai generali dello zar), i quali stabilirono il collegamento con la massa e riuscirono a svolgere la loro agitazione e strapparono gli operai all’influenza degli agenti di Zubatov *[I Gompers, Henderson, Jouhaux, Legien sono anch’essi degli Zubatov: si distinguono dai nostri Zubatov unicamente per l’abito europeo e la vernice europea, per i modi civili, raffinati, democraticamente agghindati di svolgere il loro infame lavoro]*. Naturalmente nell’Europa Occidentale, che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratici borghesi, radicati in modo particolarmente forte, è più difficile attuare i metodi di infiltrazione nelle organizzazioni reazionarie che noi abbiamo attuato. Ma i comunisti possono e devono farlo e farlo sistematicamente.

 

9. Industrial workers of the world (IWW), organizzazione sindacale degli operai americani, costituita nel 1905. Tra i suoi fondatori vi erano Daniel De Leon, Eugene Debs e William Haywood. Nel congresso del 1908 prevalse l’orientamento contrario alla lotta politica e parlamentare. IWW ebbe un ruolo importante nella storia del movimento operaio americano, ma non aderì all’Internazionale Comunista e non raggiunse mai il livello di assimilazione della concezione comunista del mondo necessario per promuovere la rivoluzione socialista negli USA, il paese capitalista più avanzato anche nella putrefazione del capitalismo stesso.

 

Il Comitato esecutivo della III Internazionale deve, a mio avviso, condannare decisamente e proporre al prossimo Congresso dell’Internazionale Comunista di condannare in generale la politica della non partecipazione ai sindacati reazionari (con una spiegazione particolareggiata dell’irragionevolezza di questa non partecipazione e dell’estrema sua nocività per la causa della rivoluzione proletaria) e deve, in particolare, condannare la linea di condotta di alcuni membri del Partito comunista d’Olanda i quali, poco importa se direttamente o indirettamente, se pubblicamente o di nascosto, se in tutto o in parte, hanno appoggiato questa linea sbagliata. La III Internazionale deve romperla con la tattica della II Internazionale e non eludere, non smorzare le questioni scottanti, ma sollevarle in tutta la loro asprezza. Tutta la verità è stata detta in faccia agli “indipendenti” (Partito socialdemocratico indipendente di Germania); tutta la verità bisogna dire anche in faccia ai comunisti “di sinistra”.

 

7. Dobbiamo partecipare ai parlamenti borghesi?

I comunisti tedeschi “di sinistra”, con il massimo disprezzo e con la massima leggerezza, rispondono negativamente a questa domanda. I loro argomenti? Nella citazione riportata più sopra abbiamo letto: “Bisogna respingere decisamente ... qualsiasi ritorno alle forme di lotta del parlamentarismo dato che esse sono storicamente e politicamente superate...”. Ciò è detto in tono presuntuoso fino al ridicolo ed è manifestamente falso. “Ritorno” al parlamentarismo”! Ma che forse esiste già in Germania la Repubblica dei Soviet? Non sembra! Come dunque si può parlare di un “ritorno”? Non è questa una frase vuota?

Il parlamentarismo è “storicamente superato”. Ciò è esatto nel senso in cui lo si dice nella propaganda [La creazione di Parlamenti ha favorito il progresso dell’umanità, ma oramai nei paesi imperialisti i Parlamenti lavorano contro di esso]. Ma ognuno sa che di qui a un superamento pratico c’è ancora molta distanza. Molti decenni fa con piena ragione si poteva già dire che il capitalismo era “storicamente superato”, ma ciò non elimina affatto la necessità di una lotta moto lunga e molto tenace sul terreno del capitalismo. Il parlamentarismo è “storicamente superato” nel senso della storia mondiale, vale a dire è finita l’epoca del parlamentarismo borghese [l’epoca in cui la istituzione parlamentare e gli istituti connessi (elezione di rappresentanti, ecc.) hanno svolto un ruolo positivo nell’evoluzione della civiltà] ed è cominciata l’epoca della dittatura del proletariato. Questo è incontestabile. Ma su scala storica universale l’unità di misura sono i decenni. Dieci o venti anni prima, dieci o venti anni dopo, dal punto di vista della storia universale, non hanno importanza; sono un’inezia di cui non si può tener conto nemmeno in modo approssimativo. Ma appunto per questo è un gravissimo errore teorico valersi della scala storica mondiale per decidere questioni della politica pratica.

Il parlamentarismo è “politicamente superato” [cioè superato nei rapporti di forza tra tutte le istituzioni e le classi dell’intera società]? Questa è un’altra questione. Se fosse così, la posizione dei “sinistri” sarebbe salda. Ma ciò deve essere dimostrato per mezzo di un’analisi accuratissima e i “sinistri” non sanno nemmeno da che parte incominciare. Anche nelle Tesi sul parlamentarismo, che sono state pubblicate nel n.1 del Bollettino dell’Ufficio Provvisorio di Amsterdam dell’Internazionale Comunista, febbraio 1920 e che evidentemente esprimono le idee della corrente  olandese di sinistra o della sinistra olandese, l’analisi, come vedremo, non vale un bel niente.

Anzitutto, come è noto, già nel gennaio 1919 i tedeschi “di sinistra” ritenevano il parlamentarismo “politicamente superato”, nonostante l’opinione di capi politici eminenti come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. È noto che i “sinistri” hanno sbagliato [nel corso delle lotte di quel periodo in Germania non si è affermata un’istituzione diversa dal Parlamento di cui le masse del proletariato riconoscessero l’autorità, come era stato per i Soviet in Russia]. Basta questo per colpire alle radici la tesi secondo la quale il parlamentarismo sarebbe “politicamente superato”. I “sinistri” hanno l’obbligo di dimostrare perché mai il loro incontestabile errore di allora avrebbe cessato di essere un errore oggi. Essi non portano e non possono portare neppure l’ombra di una prova. L’atteggiamento di un partito politico verso i suoi errori è uno dei criteri più importanti e più sicuri per giudicare se esso è un partito serio, se adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici. Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito; questo si chiama fare il proprio dovere, educare ed istruire la classe e, quindi, le masse. Quando i “sinistri” in Germania (e in Olanda) non compiono questo loro dovere, quando non procedono con estrema attenzione, diligenza, prudenza allo studio dei loro errori evidenti, essi dimostrano, precisamente con ciò, di non essere il partito della classe, ma un circolo; non il partito delle masse, ma un gruppo di intellettuali e di operai poco numerosi che riflettono i peggiori aspetti dell’intellettualismo.

In secondo luogo, nello stesso opuscolo del gruppo dei “sinistri” di Francoforte dal quale abbiamo tolto le precedenti citazioni, leggiamo: “... Milioni di operai che seguono ancora la politica del Centro *[cioè del partito cattolico del Centro]* [partito cattolico tedesco costituitosi nel 1870, costituzionale parlamentare, ma contrario a Bismarck e alle sue leggi eccezionali antisocialiste (1878-1890). In seguito però appoggiò sostanzialmente la politica di guerra e la repressione degli spartachisti] sono controrivoluzionari: i proletari rurali forniscono le legioni delle truppe controrivoluzionarie" (pag. 3 dell’opuscolo sopra citato).

Si vede da ogni frase che ciò è detto in modo enfatico ed esagerato. Ma il fatto fondamentale qui esposto è incontestabile e, riconoscendolo, i “sinistri” danno una prova particolarmente evidente del loro errore. Come dunque si può dire che “il parlamentarismo è politicamente superato”, se “milioni” e “legioni” di proletari non soltanto sono per il parlamentarismo in genere, ma sono addirittura “controrivoluzionari”!? È evidente che in Germania il parlamentarismo non è ancora politicamente superato. È chiaro che i “sinistri” in Germania hanno scambiato il loro desiderio, la loro posizione ideologica e politica, per una realtà obiettiva. Questo è l’errore più pericoloso per dei rivoluzionari. In Russia, dove il giogo oltremodo barbaro e feroce dello zarismo ha prodotto per un periodo particolarmente lungo, e nelle forme più svariate, dei rivoluzionari di diverse tendenze, rivoluzionari ammirevoli per abnegazione, entusiasmo, eroismo, forza di volontà, in Russia abbiamo osservato molto da vicino questo errore dei rivoluzionari, lo abbiamo studiato con particolare attenzione, lo conosciamo molto bene. Quindi esso è per noi particolarmente visibile anche negli altri. Per i comunisti, in Germania, il parlamentarismo, si intende, è “politicamente superato”; ma si tratta precisamente di non ritenere ciò che è superato per noi come superato anche per la classe, per le masse. E appunto qui vediamo di nuovo che i “sinistri” non sanno ragionare, non sanno comportarsi come partito della classe, come partito delle masse. Voi siete in dovere di non scendere al livello delle masse, al livello degli strati arretrati della classe. Questo è incontestabile. Voi avete il dovere di dir loro l’amara verità. Voi avete il dovere di chiamare pregiudizi i loro pregiudizi democratici borghesi e parlamentari. Ma nello stesso tempo avete il dovere di considerare ponderatamente lo stato effettivo della coscienza e della maturità della classe tutta intera (e non soltanto della sua avanguardia comunista), di tutte quante le masse lavoratrici (e non soltanto di singoli elementi avanzati).

Anche se non “milioni” e “legioni”, ma semplicemente una minoranza abbastanza consistente degli operai industriali segue i preti cattolici e una minoranza dei lavoratori agricoli dello stesso ordine di grandezza segue i proprietari terrieri  e i contadini ricchi, ne consegue già in modo indubitabile che il parlamentarismo in Germania non è ancora superato politicamente, che la partecipazione alle elezioni parlamentari e alla lotta dalla tribuna parlamentare è obbligatoria per il partito del proletariato rivoluzionario, precisamente al fine di educare gli stati arretrati della propria classe, precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali, non evolute, oppresse, ignoranti. Finché voi non siete in grado di sciogliere il Parlamento borghese e ogni altro tipo di istituzioni reazionarie, voi avete l’obbligo di lavorare all’interno di tali istituzioni appunto perché là vi sono ancora degli operai ingannati dai preti e dall’ambiente dei piccoli centri sperduti nelle campagne. Altrimenti rischiate di essere soltanto dei chiacchieroni.

In terzo luogo, i comunisti “di sinistra” dicono un gran bene di noialtri bolscevichi. Talvolta viene proprio voglia di dire: lodateci di meno, cercate di capire di più la tattica dei bolscevichi, studiatela meglio! Noi abbiamo partecipato alle elezioni del Parlamento borghese della Russia [dal 1907 in avanti] e alle elezioni dell’Assemblea costituente nel settembre-novembre 1917. È stata giusta o non è stata giusta la nostra tattica? Se non è stata giusta, bisogna dirlo chiaramente e bisogna provarlo; ciò è necessario affinché il comunismo internazionale elabori una tattica giusta. Se è stata giusta, bisogna trarne certe conclusioni. Beninteso non si può neanche parlare di una parificazione delle condizioni della Russia con quelle dell’Europa Occidentale. Ma nella questione specifica del significato dell’espressione “il parlamentarismo è politicamente superato”, è necessario tenere esattamente conto della nostra esperienza, perché concetti come questi si trasformano troppo facilmente in frasi vuote se non si tiene conto delle esperienze concrete. Non avevamo noi, bolscevichi russi, nel settembre-novembre 1917, più di tutti i comunisti d’Occidente il diritto di ritenere il parlamentarismo politicamente superato in Russia? Naturalmente l’avevamo, poiché ciò che conta non è se i Parlamenti borghesi esistono da poco o da molto tempo, ma fino a qual punto le grandi masse lavoratrici sono pronte (ideologicamente, politicamente, praticamente) ad accettare il regime dei Soviet e a sciogliere con la forza il Parlamento democratico borghese (o a tollerarne lo scioglimento). Che in Russia, nel settembre-novembre 1917, la classe operaia delle città, i soldati e i contadini, in seguito a una serie di condizioni speciali, fossero straordinariamente preparati all’adozione del regime dei Soviet e allo scioglimento con la forza del più democratico dei Parlamenti borghesi, è un fatto storico assolutamente incontestabile e pienamente accertato. E tuttavia i bolscevichi non hanno boicottato l’Assemblea costituente, ma hanno partecipato alle elezioni tanto prima quanto dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato [7 novembre 1917]. Che queste elezioni abbiano dato risultati politici quanto mai preziosi (e di grande utilità per il proletariato), è un fatto che io oso sperare aver dimostrato nell’articolo citato sopra [Lenin, OC vol. 30 pagg. 225-247], analizzando particolareggiatamente i dati sulle elezioni all’Assemblea costituente in Russia.

Da ciò sgorga una conclusione assolutamente incontestabile: è dimostrato che ancora alcune settimane prima della vittoria della Repubblica dei Soviet, e anche dopo questa vittoria, la partecipazione a un Parlamento democratico borghese, non solo non nuoce al proletariato rivoluzionario, ma gli rende più facile dimostrare alle masse arretrate perché tali Parlamenti meritano di essere sciolti con la forza, rende più facile scioglierli con successo, rende più facile il “superamento politico” del parlamentarismo borghese. Non tener conto di questa esperienza [russa] e pretendere al tempo stesso di appartenere all’Internazionale comunista, la quale deve elaborare su scala internazionale la propria tattica (non come tattica strettamente e unilateralmente nazionale, ma appunto come tattica internazionale), significa commettere un gravissimo errore, e precisamente negare di fatto l’internazionalismo, pur riconoscendolo a parole.

Esaminiamo ora gli argomenti addotti dagli “olandesi di sinistra” in favore della non partecipazione ai parlamenti. Ecco qui la traduzione (dall’inglese) della più importante fra le tesi “olandesi” sopra menzionate, della quarta tesi: "Quando il sistema capitalista di produzione è sconquassato e la società si trova in stato di rivoluzione, l’attività parlamentare perde gradualmente di importanza di fronte all’azione delle masse stesse. Quando, in tali circostanze, il Parlamento diventa centro e organo della controrivoluzione [come più avanti di sfuggita Lenin fa notare, qualificare il Parlamento di “centro della controrivoluzione” mostra che i “sinistri” avevano la stessa “scienza”, o meglio mancanza  di scienza, delle reali relazioni politiche della società borghese che avevano i socialdemocratici di destra che essi denunciavano] e, d’altra parte, la classe operaia forgia lo strumento del suo potere nella forma del Soviet, può anche diventare necessario rifiutare ogni e qualsiasi partecipazione all’attività parlamentare".

La prima proposizione è manifestamente sbagliata, perché l’azione delle masse - come per esempio un grande sciopero - è sempre e non soltanto durante la rivoluzione o in una situazione rivoluzionaria, più importante dell’attività parlamentare. Quest’argomento, evidentemente privo di consistenza, sbagliato sul piano storico e sul piano politico, dimostra soltanto, e con particolare chiarezza, che i suoi autori non tengono in nessun conto l’esperienza di tutta l’Europa (quella francese negli anni precedenti le rivoluzioni del 1848 e del 1870, quella tedesca negli anni 1878-1890, ecc.) né l’esperienza russa (si veda sopra) relativamente all’importanza della combinazione della lotta legale con la lotta illegale. Questa questione [della combinazione] ha una grande importanza sia generale che particolare, perché in tutti i paesi civili e progrediti si avvicina rapidamente il tempo in cui tale combinazione diventerà, - e in parte è già diventata - un obbligo sempre più stretto per il partito del proletariato rivoluzionario, in conseguenza del maturare e dell’avvicinarsi della guerra civile del proletariato contro la borghesia, in conseguenza delle furiose persecuzioni contro i comunisti da parte dei governi repubblicani e in genere dei governi borghesi, i quali violano la legalità in tutti i modi (l’esempio degli Stati Uniti d’America vale per tutti), ecc. Questa importantissima questione non è affatto compresa dagli olandesi e dai “sinistri” in genere.

La seconda proposizione è, anzitutto, storicamente sbagliata. Noi bolscevichi abbiamo partecipato ai Parlamenti più controrivoluzionari, e l’esperienza ha dimostrato che questa partecipazione è stata non soltanto utile ma anche necessaria al partito del proletariato rivoluzionario, appunto dopo la prima rivoluzione borghese in Russia (1905), per la preparazione delle seconda rivoluzione borghese (febbraio 1917) e poi della rivoluzione socialista (ottobre 1917). In secondo luogo, questa frase è illogica in modo sorprendente. Dal fatto che il Parlamento diventa organo e “centro” (in realtà esso non fu mai e non può essere il “centro”) della controrivoluzione, e che gli operai creano lo strumento del loro potere nella forma dei Soviet, ne consegue che gli operai devono prepararsi - prepararsi ideologicamente, politicamente e tecnicamente - alla lotta dei Soviet contro il Parlamento, allo scioglimento del Parlamento per opera dei Soviet. Ma da ciò non deriva affatto che tale scioglimento viene reso più difficile oppure non viene facilitato dall’esistenza di una opposizione sovietica in seno al Parlamento controrivoluzionario. Durante la nostra lotta vittoriosa contro Denikin e Kolciak, non abbiamo mai notato che l’esistenza di un’opposizione sovietica, proletaria, nei territori da loro occupati, fosse inutile per la nostra vittoria. Sappiamo benissimo che lo scioglimento dell’Assemblea costituente, da noi effettuato il 5 gennaio 1918, non venne reso più difficile, ma anzi facilitato dal fatto che in seno a questa Costituente controrivoluzionaria esisteva un’opposizione sovietica coerente, bolscevica ed esisteva un’opposizione sovietica inconseguente, quella dei socialisti-rivoluzionari di sinistra. Gli autori delle tesi hanno perduto la bussola e hanno dimenticato l’esperienza di parecchie, se non di tutte le rivoluzioni, la quale attesta che è particolarmente utile combinare, durante le rivoluzioni, l’azione delle masse fuori del Parlamento reazionario e l’opposizione simpatizzante con la rivoluzione (o meglio ancora, l’opposizione che appoggia direttamente la rivoluzione) in seno a questo Parlamento. Gli olandesi e i “sinistri” in generale ragionano qui come dei dottrinari della rivoluzione che non hanno mai preso parte a una vera rivoluzione e non hanno mai meditato sulla storia delle rivoluzioni, o scambiano ingenuamente la “negazione” soggettiva di una determinata istituzione reazionaria con la reale distruzione di quella per opera delle forze congiunte di tutto un complesso di fattori oggettivi.

Il mezzo più sicuro per discreditare una nuova idea politica (e non soltanto politica) e per sabotarla, consiste nello spingerla fino all’assurdo col pretesto di difenderla. Perché (come diceva Dietzgen padre) tutte le verità, se spinte “all’eccesso”, se esagerate, se portate oltre i limiti della loro effettiva applicabilità, possono essere portate all’assurdo, anzi, in tali condizioni, diventano inevitabilmente assurde. I “sinistri” olandesi e tedeschi rendono appunto questo  cattivo servizio alla nuova verità della superiorità del potere sovietico sui Parlamenti democratici borghesi. Si intende che avrebbe torto chi dicesse alla vecchia maniera e genericamente che rinunciare alla partecipazione ai Parlamenti borghesi è inammissibile in qualsiasi circostanza. Io non posso tentare di formulare qui le circostanze in cui il boicottaggio sarebbe utile, perché il compito di questo scritto è molto più modesto: tener conto dell’esperienza russa in relazione con alcuni scottanti problemi attuali della tattica comunista internazionale. L’esperienza russa ci ha offerto un’applicazione giusta e ben riuscita (1905) e un’applicazione errata (1906) del boicottaggio da parte dei bolscevichi. Se analizziamo il primo caso, vediamo che nel 1905 riuscimmo a impedire la convocazione, da parte di un potere reazionario, di un Parlamento reazionario, e ciò in una situazione nella quale l’azione rivoluzionaria extraparlamentare delle masse (specialmente gli scioperi) maturava con straordinaria rapidità, nella quale nessuno strato [gruppo politico che poggiava sull’adesione] del proletariato e dei contadini poteva dare il suo appoggio al potere reazionario, nella quale il proletariato rivoluzionario assicurava la propria influenza sulle grandi masse arretrate grazie agli scioperi e al movimento agrario. È ben chiaro che questa esperienza non è applicabile alle condizioni odierne dell’Europa. È assolutamente chiaro, sulla base degli argomenti esposti sopra, che è fondamentalmente sbagliato e dannoso alla causa del proletariato rivoluzionario difendere, sia pure soltanto a determinate condizioni, come fanno gli olandesi e i “sinistri”, il rifiuto di partecipare al Parlamento.

In Europa Occidentale e negli Stati Uniti d’America il Parlamento è diventato particolarmente odioso ai rivoluzionari avanzati della classe operaia. Questo è incontestabile. Ed è anche ben comprensibile, poiché è difficile immaginare cosa più ignobile, vile, perfida del contegno della schiacciante maggioranza dei deputati socialisti e socialdemocratici nel Parlamento durante e dopo la guerra. Tuttavia sarebbe non tanto irragionevole, ma addirittura criminale cedere a un simile sentimento nel decidere la questione del come si deve lottare contro questo male riconosciuto da tutti. In molti paesi dell’Europa Occidentale, lo spirito rivoluzionario è oggi, si può dire, una “novità” o una “rarità”, aspettata troppo a lungo, invano e con impazienza, ed è forse per questo motivo che si cede così facilmente al sentimento. Certo, se le masse non sono animate di spirito rivoluzionario, se non vi sono le condizioni che favoriscono lo sviluppo di tale spirito rivoluzionario, la tattica rivoluzionaria non può trasformarsi in azione; ma in Russia un’esperienza troppo lunga, difficile, sanguinosa, ci ha convinti anche di questa altra verità: la tattica rivoluzionaria non può essere fondata unicamente sullo spirito rivoluzionario. In ogni paese la tattica deve essere fondata sul calcolo ponderato e rigorosamente obiettivo di tutte le forze di classe del paese in questione (e dei paesi che lo circondano e di tutti i paesi su scala mondiale), come pure sulla valutazione dell’esperienza dei movimenti rivoluzionari.

È molto facile manifestare il proprio “spirito rivoluzionario” limitandosi a fare denunce e lanciare insulti contro l’opportunismo parlamentare, limitandosi a rifiutare la partecipazione al Parlamento; è fin troppo facile ma non è una soluzione del difficile e difficilissimo problema. Creare un gruppo parlamentare effettivamente rivoluzionario nei Parlamenti europei è molto più difficile che in Russia. È ovvio. Ma questa è soltanto una manifestazione parziale di quella verità generale per cui in Russia, nella situazione concreta e storicamente originalissima del 1917, fu facile iniziare la rivoluzione socialista mentre continuarla e condurla a termine sarà per la Russia più difficile che per i paesi europei. Già al principio del 1918 avevo avuto occasione di segnalare questo fatto e la successiva esperienza di due anni ha pienamente confermato l’esattezza di questo modo di vedere. Condizioni specifiche come: 1. la possibilità di legare la rivoluzione sovietica con la fine (grazie alla rivoluzione stessa) della guerra imperialista che infliggeva indescrivibili sofferenze agli operai e ai contadini; 2. la possibilità di sfruttare, per un certo tempo, la lotta mortale fra due gruppi di predoni imperialisti di portata mondiale, i quali non potevano unirsi contro il nemico sovietico; 3. la possibilità di sostenere una guerra civile relativamente lunga, in parte grazie all’enorme estensione del paese e agli scarsi mezzi di comunicazione; 4. l’esistenza fra i contadini di un movimento rivoluzionario democratico borghese così profondo, che il partito del proletariato poté far proprie le rivendicazioni rivoluzionarie del partito dei contadini (cioè del partito  socialista-rivoluzionario nettamente ostile, in maggioranza, al bolscevismo) e attuarle immediatamente grazie alla conquista del potere politico da parte del proletariato: tutte queste condizioni specifiche della Russia non esistono ora nell’Europa Occidentale, né è facile che esse, o altre simili, si presentino un’altra volta.

Ecco perché, fra l’altro, e prescindendo da una serie di altre cause, iniziare la rivoluzione socialista è più difficile per l’Europa Occidentale di quanto non fu per noi. Tentare di “aggirare” tale difficoltà “saltando” il duro compito dell’utilizzazione dei Parlamenti reazionari a scopi rivoluzionari è semplicemente puerile. Voi volete creare una nuova società? E avete paura delle difficoltà che presenta la creazione di un buon gruppo parlamentare in un Parlamento reazionario, di un gruppo composto di comunisti convinti, devoti, eroici! Non è puerile? Se Karl Liebknecht in Germania e Z. Hoeglund in Svezia seppero dare, anche senza avere dal basso l’appoggio delle masse, l’esempio di una utilizzazione veramente rivoluzionaria di Parlamenti reazionari, perché mai un partito rivoluzionario di massa in rapido sviluppo, tra la delusione e l’esasperazione postbellica delle masse, non sarebbe in grado di costituire un gruppo comunista nei peggiori Parlamenti?! Appunto perché nell’Europa Occidentale le masse arretrate dei lavoratori, e ancor più le masse dei piccoli contadini, sono molto più fortemente che in Russia imbevute di pregiudizi democratici borghesi e parlamentari, appunto per questo, soltanto dall’interno di istituzioni come i Parlamenti borghesi i comunisti possono (e devono) condurre una lotta lunga, tenace, che non si arresti davanti a nessuna difficoltà per smascherare, dissipare, superare tali pregiudizi.

I “sinistri” tedeschi si lamentano dei cattivi “capi” del loro partito, si danno alla disperazione e giungono alla ridicola “negazione” dei “capi”. Ma in circostanze nella quali bisogna di frequente nascondere i “capi” nell’illegalità, la formazione di “capi” buoni, fidati, sperimentati, autorevoli è cosa particolarmente difficile, e non è possibile superare con buon esito queste difficoltà senza combinare il lavoro legale con il lavoro illegale, senza provare i “capi”, tra l’altro, anche nell’arena parlamentare. La critica - la più aspra, spietata, implacabile delle critiche - non deve essere diretta contro il parlamentarismo o contro l’attività parlamentare, ma contro quei capi che non sanno - e ancor più contro quelli che non vogliono - sfruttare in modo rivoluzionario, comunista le elezioni parlamentari e la tribuna del Parlamento. Soltanto una critica simile, che naturalmente deve andare congiunta con l’espulsione dei capi inetti e con la loro sostituzione con capi idonei, sarà un lavoro rivoluzionario utile e fecondo, che educherà contemporaneamente i “capi” ad essere degni della classe operaia e delle masse lavoratrici e le masse a orientarsi in modo giusto nella situazione politica e a comprendere i compiti spesso assai complicati e intricati che da questa situazione scaturiscono.

*[Ho avuto troppo scarse possibilità di conoscere il comunismo “di sinistra” in Italia. È indubbio che il compagno Bordiga e la sua frazione di “comunisti boicottisti” (comunista astensionista) hanno torto quando sostengono la non partecipazione al Parlamento. Ma in un punto mi sembra che Bordiga ha ragione, per quanto è possibile giudicare da due numeri del suo giornale Il soviet (nn. 3 e 4 del 18 gennaio e del 10 febbraio 1920), da quattro fascicoli dell'ottimo periodico del compagno Serrati Comunismo (nn. 1-4 dal 10 ottobre al 30 novembre 1919) e da singoli numeri di giornali borghesi italiani, che ho potuto esaminare. Il compagno Bordiga e la sua frazione hanno ragione nei loro attacchi contro Turati e contro i suoi seguaci, i quali restano in un partito che ha riconosciuto il potere sovietico e la dittatura del proletariato, í quali continuano a essere deputati al Parlamento e a svolgere la loro vecchia e dannosissima politica opportunista. Naturalmente, nel tollerare questo, il compagno Serrati e tutto il Partito socialista italiano commettono un errore, che minaccia di causare lo stesso danno e pericolo già prodotto in Ungheria, dove i signori Turati ungheresi hanno sabotato dall'interno il partito e il potere sovietico. Questo atteggiamento sbagliato, incoerente e privo di carattere verso i parlamentari opportunisti genera, da una parte, il comunismo “di sinistra” e, dall'altra parte, ne giustifica, fino a un certo punto, l'esistenza. I1 compagno Serrati ha palesemente torto quando accusa di “incoerenza” il deputato Turati (Comunismo, n. 3), mentre è invece incoerente proprio il Partito socialista italiano che tollera dei parlamentari opportunisti come Turati e soci.]*

  

8. Nessun compromesso?

Nella citazione tolta dall’opuscolo del gruppo locale di Francoforte sul Meno abbiamo visto con quale risolutezza i “sinistri” avanzano questa parola d’ordine. È triste vedere come degli uomini, i quali indubbiamente si considerano marxisti e vogliono essere marxisti, hanno dimenticato le verità fondamentali del marxismo. Ecco che cosa scriveva - nel 1874, contro il manifesto dei 33 comunardi blanquisti - Engels, il quale appartiene, come Marx, a quei rari e rarissimi scrittori nei quali ogni frase di ognuna delle opere maggiori ha un contenuto di ammirevole profondità: “... “Noi siamo comunisti (hanno scritto i comunardi blanquisti nel loro manifesto) perché vogliamo raggiungere il nostro scopo senza fermarci nelle stazioni intermedie, senza addivenire a compromessi, i quali altro non fanno che allontanare il giorno della vittoria e prolungare il periodo della schiavitù”... I comunisti tedeschi sono comunisti perché attraverso tutte le stazioni intermedie e tutti i compromessi, che sono stati creati non da loro, ma dal corso dello sviluppo storico, vedono chiaramente e perseguono costantemente lo scopo finale: l’abolizione delle classi e la creazione di un ordinamento sociale in cui non ci sarà più posto per la proprietà privata della terra e di tutti i mezzi di produzione. I 33 blanquisti sono comunisti, perché immaginano che, dal momento che essi vogliono saltare le stazioni intermedie e i compromessi, la cosa è bell’e fatta, e che se (come essi credono fermamente) l’affare "incomincerà" a giorni e il potere verrà a trovarsi nelle loro mani, il giorno dopo "sarà instaurato il comunismo". Di conseguenza, se la cosa non si può far subito, essi non sono comunisti. Quale puerile ingenuità portare come argomento teorico la propria impazienza!" (Engels Il programma dei comunardi blanquisti, dal giornale socialdemocratico tedesco Volksstaat n. 73, 1874).

Engels esprime in questo stesso articolo la sua profonda stima per Vaillant e parla dell’“incontestabile merito” di Vaillant (che fu come Guesde, un capo eminentissimo del socialismo internazionale fino a quando entrambi non tradirono il socialismo nell’agosto 1914). Ma Engels non lascia passare senza un’analisi minuziosa un errore evidente. Naturalmente a rivoluzionari molto giovani e inesperti, come pure ai rivoluzionari piccolo-borghesi anche se di età veneranda e molto esperti, sembra straordinariamente “pericoloso”, incomprensibile, sbagliato, “ammettere i compromessi”. E molti sofisti (che sono politicanti “superesperti” o troppo “esperti”) ragionano proprio come i capi inglesi dell’opportunismo ricordati dal compagno Lansbury: "Se ai bolscevichi si permette questo compromesso, perché non si permette a noi qualsiasi compromesso?". Ma i proletari che si sono educati attraverso ripetuti scioperi (per considerare solo questa manifestazione della lotta di classe), assimilano di solito mirabilmente la profondissima verità (filosofica, storica, politica, psicologica) esposta da Engels. Ogni proletario ha partecipato a qualche sciopero, ha sperimentato qualche “compromesso” con gli odiati oppressori e sfruttatori quando gli operai dovevano riprendere il lavoro o senza avere ottenuto nulla o accettando un soddisfacimento parziale delle loro rivendicazioni. Ogni proletario, grazie alla situazione di lotta delle masse e di forte inasprimento dei contrasti di classe in cui egli vive, scorge la differenza fra un compromesso imposto dalle condizioni oggettive (la cassa degli scioperanti è povera, essi non ricevono aiuti, hanno sofferto la fame e sono estenuati fino all’impossibile), cioè fra un compromesso che non pregiudica affatto, negli operai che lo concludono, l’abnegazione rivoluzionaria e la volontà di continuare la lotta, e il compromesso dei traditori, che scaricano sulle cause oggettive il loro abietto egoismo (anche i crumiri concludono dei “compromessi”!), la loro vigliaccheria, il loro desiderio d’ingraziarsi i capitalisti, la loro arrendevolezza di fronte alle intimidazioni, talvolta di fronte alle lusinghe, talvolta di fronte alle elemosine dei capitalisti (simili compromessi da traditori sono particolarmente numerosi nella storia del movimento operaio inglese, ad opera dei capi delle trade-unions inglesi, ma quasi tutti gli operai hanno osservato in tutti i paesi in una forma o nell’altra fenomeni analoghi).

Ci sono senza dubbio dei casi singoli, straordinariamente gravi e intricati, nei quali soltanto con grandissimi sforzi si riesce a determinare giustamente il carattere reale di questo o di quel “compromesso”, come ci sono casi di omicidio nei quali non è facile decidere se si tratta di un omicidio giustificato o magari necessario (ad esempio per legittima difesa),  o di una imperdonabile negligenza, o magari di un piano astuto sottilmente messo in opera. Si intende che in politica, dove si tratta talvolta di rapporti reciproci estremamente complicati - nazionali e internazionali - tra classi e partiti, ci saranno molti casi di gran lunga più difficili del “compromesso” legittimo in caso di sciopero o del “compromesso” proditorio del crumiro, del capo traditore, ecc. Fabbricare una ricetta o una regola generale (“nessun compromesso”!) che serva per tutti i casi, è una scempiaggine. Bisogna che ognuno abbia la testa sulle spalle, per sapersi orientare in ogni singolo caso. L’importanza dell’organizzazione di partito e dei capi di partito che meritano questo appellativo, consiste per l’appunto, tra l’altro, nell’elaborare - mediante un lavoro lungo, tenace, vario, multiforme di tutti i rappresentanti pensanti di una data classe - le cognizioni necessarie, la necessaria esperienza e - oltre le cognizioni e l’esperienza - il fiuto politico necessario per risolvere rapidamente e giustamente anche questioni politiche complicate.

*[Ogni classe, anche se è la più progredita e se le circostanze del. momento hanno suscitato in essa un prodigioso slancio di tutte le sue forze intellettuali, anche se si trova a operare nel paese più civile, conta sempre - e fin quando sussisteranno le classi, anzi fin quando la società senza classi non si sarà pienamente rafforzata, consolidata, sviluppata sulla sua propria base, conterà inevitabilmente - dei rappresentanti che non pensano e che sono incapaci di pensare. Se non fosse così, il capitalismo non sarebbe un capitalismo oppressore delle masse.]*

Persone ingenue o inesperte immaginano che basta riconoscere in linea generale l’ammissibilità dei compromessi per cancellare ogni barriera tra l’opportunismo, contro il quale conduciamo e dobbiamo condurre una lotta implacabile, e il marxismo rivoluzionario o comunismo. Ma tali persone, se ancora non sanno che tutti i limiti, nella natura come nella società, sono mobili e fino a un certo punto convenzionali, possono trarre qualche giovamento solo da una lunga opera di istruzione e di educazione, dallo studio, dall’esperienza politica e dall’esperienza della vita.

Nelle questioni pratiche della politica che si pongono in ogni singolo momento o in un momento storico specifico, è importante saper discernere le questioni nelle quali in quel momento si manifesta la forma principale di compromessi inammissibili, da traditori, che incarnano l’opportunismo mortale per la classe rivoluzionaria, e far convergere tutte le forze a smascherarli, a combatterli. Durante la guerra imperialista del 1914-1918 tra due gruppi di Stati egualmente rapaci e predoni, il socialsciovinismo, cioè l’appoggio alla “difesa della patria”, che equivaleva in realtà, in una guerra simile, alla difesa degli interessi briganteschi della “propria” borghesia, fu appunto la forma principale, fondamentale dell’opportunismo. Dopo la guerra, la difesa della rapace Società delle Nazioni, la difesa delle alleanze dirette o indirette con la borghesia del proprio paese contro il proletariato rivoluzionario e il movimento sovietico; la difesa della democrazia borghese e del parlamentarismo borghese contro il potere dei Soviet, furono le più importanti manifestazioni di compromessi inammissibili e da traditori, di compromessi che, nel loro complesso, rappresentavano un opportunismo mortale per il proletariato rivoluzionario e per la sua causa.

"... Bisogna respingere nel modo più energico qualsiasi compromesso con altri partiti... ogni politica di destreggiamento e di accordi", scrivono i “sinistri” tedeschi nell’opuscolo di Francoforte.

C’è da stupirsi che questi “sinistri”, con queste opinioni, non pronuncino una recisa condanna del bolscevismo! Non è infatti possibile che i “sinistri” tedeschi non sappiano che tutta la storia del bolscevismo, prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre, è piena di casi di destreggiamento, di accordi, di compromessi con altri partiti, perfino con partiti borghesi!

Condurre la guerra per il rovesciamento della borghesia internazionale, una guerra cento volte più difficile, più lunga e più complicata della più accanita delle guerre abituali tra gli Stati, e rinunciare in anticipo a destreggiarsi, a sfruttare gli antagonismi di interessi (sia pure temporanei) tra i propri nemici, rinunciare agli accordi e ai compromessi con dei possibili alleati (sia pure temporanei, poco sicuri, esitanti, condizionati), non è cosa infinitamente ridicola? Non è come se nell’ardua scalata di un monte ancora inesplorato e inaccessibile, si rinunciasse preventivamente a far talora degli zigzag, a ritornare qualche volta sui propri passi, a lasciare la direzione presa all’inizio per tentare direzioni diverse? E alcuni membri del Partito comunista d’Olandese hanno potuto appoggiare - poco importa se direttamente o  indirettamente, se apertamente o di nascosto, in tutto o in parte - della gente così poco cosciente e a tal segno inesperta!! (E meno male se ciò si spiega con la loro gioventù: da giovani dio stesso vuole che, per un certo tempo, si dicano simili sciocchezze!).

Dopo la prima rivoluzione socialista del proletariato, dopo l’abbattimento della borghesia in un paese, il proletariato di questo paese resta per molto tempo più debole della borghesia, anche semplicemente a causa dei formidabili legami internazionali della borghesia, poi a causa della ricostruzione, della rinascita spontanea e continua del capitalismo e della borghesia ad opera dei piccoli produttori di merci nel paese stesso che ha abbattuto il dominio borghese. Si può vincere un nemico più potente soltanto con la massima tensione delle forze e alla condizione necessaria di utilizzare nella maniera più diligente, accurata, attenta, abile, ogni benché minima “incrinatura” tra i nemici, ogni contrasto di interessi tra la borghesia dei diversi paesi, tra i vari gruppi e le varie specie di borghesia all’interno di ogni singolo paese, e anche ogni minima possibilità di guadagnarsi un alleato numericamente forte, sia pure temporaneo, incerto, incostante, instabile, inaffidabile, non incondizionato. Chi non ha capito questo, non ha capito un’acca né del marxismo, né del moderno socialismo scientifico in generale. Chi non ha praticamente dimostrato, durante un periodo di tempo abbastanza lungo e in situazioni politiche abbastanza varie, di essere capace di applicare nella pratica questa verità, non ha ancora imparato ad aiutare la classe rivoluzionaria nella sua lotta per liberare tutta l’umanità lavoratrice dagli sfruttatori. E ciò che si è detto si riferisce egualmente al periodo anteriore e al periodo successivo alla conquista del potere politico da parte del proletariato.

La nostra teoria non è un dogma, ma una guida per l’azione - dicevano Marx ed Engels [lettera di Engels a Sorge, 29 novembre 1886] - e il massimo errore e il massimo delitto dei marxisti “patentati” come Karl Kautsky, Otto Bauer, ecc., è di non aver compreso questo, di non averlo saputo applicare nei più importanti momenti della rivoluzione del proletariato. “L’attività politica non è il marciapiede della Prospettiva della Neva” (il marciapiede pulito, largo, piano della via principale di Pietroburgo, assolutamente rettilinea), aveva già detto N.G. Cernyscevski [1828-1889], il grande socialista russo del periodo premarxista. I rivoluzionari russi, fin dal tempo di Cernyscevski, hanno scontato con innumerevoli sacrifici la voluta ignoranza e l’oblio di questa verità. Bisogna ottenere ad ogni costo che i comunisti “di sinistra” e i rivoluzionari dell’Europa Occidentale e d’America, devoti alla classe operaia, non abbiano da pagare l’assimilazione di questa verità tanto cara quanto gli arretrati russi.

I socialdemocratici rivoluzionari russi, fino alla caduta dello zarismo, hanno ripetutamente approfittato di servizi dei liberali borghesi, cioè hanno concluso con i liberali un gran numero di compromessi pratici. Già nel 1901-1902, ancor prima del sorgere del bolscevismo, la vecchia direzione dell’Iskra (della quale facevano parte Plekhanov, Axelrod, Zasulic, Martov, Potresov ed io) concluse (non per molto tempo, è vero) una formale alleanza politica con Struve [vedere in proposito ad esempio Lenin, OC vol. 34 (1955) pagg. 39-41: P.B. Struve è indicato con il soprannome Iuda], capo politico del liberalismo borghese, pur sapendo condurre in pari tempo, senza interruzione, una lotta più spietata, ideologica e politica, contro il liberalismo borghese e contro le minime manifestazioni della sua influenza in seno al movimento operaio. I bolscevichi hanno sempre continuato quella politica. Dal 1905 in poi hanno propugnato sistematicamente l’alleanza della classe operaia con i contadini, contro la borghesia liberale e lo zarismo, senza mai rinunciare tuttavia ad appoggiare la borghesia contro lo zarismo (per esempio nelle elezioni di secondo grado e nei ballottaggi) e senza cessare la lotta ideologica e politica più intransigente contro il partito contadino rivoluzionario borghese, i socialisti-rivoluzionari, smascherandoli come democratici piccolo-borghesi che si annoveravano falsamente tra i socialisti. Nel 1907, i bolscevichi conclusero, per un breve periodo, un blocco politico formale con i socialisti-rivoluzionari per le elezioni alla Duma [il 3 giugno 1907 il governo zarista sciolse la Duma ed emanò una nuova legge elettorale che assicurava la maggioranza assoluta al blocco agrario-industriale. I bolscevichi sia allearono con i socialisti-rivoluzionari e con i menscevichi per riuscire ad eleggere alcuni rappresentanti del movimento operaio e dei  contadini]. Con i menscevichi, nel periodo dal 1903 al 1912, siamo stati formalmente uniti par alcuni anni in un unico partito socialdemocratico, senza mai cessare la lotta ideologica e politica contro di essi, come veicoli dell’influenza borghese nel proletariato e come opportunisti. Durante la guerra, concludemmo una specie di compromesso con i “kautskiani”, cioè con i menscevichi di sinistra (Martov) e con una parte dei socialisti rivoluzionari (Cernov, Natanson) sedendo insieme con essi a Zimmerwald e a Kienthal [alle conferenze internazionali di Zimmerwald (5-8 settembre 1915 e di Kienthal (24-30 aprile 1916] e pubblicando manifesti comuni, ma senza interrompere né attenuare mai la lotta ideologica e politica contro i “kautskiani”, contro Martov e Cernov (Natanson è morto nel 1919 quando era “comunista rivoluzionario” populista molto vicino a noi, quasi solidale con noi).[10] Al momento stesso della Rivoluzione d’Ottobre abbiamo concluso con i contadini piccolo-borghesi un blocco politico non formale, ma molto importante (e molto fruttuoso), accettando integralmente, senza nessun emendamento, il programma agrario socialista-rivoluzionario: ossia abbiamo concluso indubbiamente un compromesso per dimostrare ai contadini che non volevamo imporre loro un nostro diritto di primogenitura, ma che volevamo intenderci con loro. In pari tempo abbiamo proposto (e poco tempo dopo realizzato) un blocco politico formale - che implicava la partecipazione al governo - ai socialisti-rivoluzionari di sinistra, i quali, dopo la conclusione della pace di Brest, denunciarono questo blocco e in seguito, nel luglio 1918, arrivarono fino all’insurrezione armata contro di noi e in seguito alla lotta armata contro di noi.

 

10. I comunisti rivoluzionari erano un gruppo di tendenza populista, uscito dal partito dei socialisti-rivoluzionari e costituitosi in partito nel settembre 1918. Nel settembre del 1920, dopo la decisione del II congresso dell'Internazionale comunista di creare in ciascun paese un solo partito comunista, questo gruppo aderì al partito bolscevico.

 

È quindi comprensibile che gli attacchi dei “sinistri” tedeschi contro il Comitato centrale del Partito comunista di Germania, per avere esso accettato l’idea di un blocco con gli “indipendenti” (Partito socialdemocratico indipendente di Germania, kautskiani), non ci sembrano affatto seri e ci sembrano anzi una dimostrazione evidente dell’errore dei “sinistri”. Anche da noi, in Russia, c’erano dei menscevichi di destra (che facevano parte del governo Kerenski) corrispondenti agli Scheidemann tedeschi e dei menscevichi di sinistra (Martov) ostili ai menscevichi di destra e corrispondenti ai kautskiani tedeschi.

Nel corso del 1917 abbiamo notato chiaramente il graduale passaggio delle masse operaie dai menscevichi ai bolscevichi: al I Congresso dei Soviet di tutta la Russia, nel giugno 1917, noi avevamo in tutto il 13% dei voti. I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi avevano la maggioranza. Al II Congresso dei Soviet (25 ottobre [secondo il vecchio calendario giuliano, 7 novembre secondo il calendario gregoriano] 1917) noi avevamo il 51% dei voti. Perché in Germania lo stesso spostamento degli operai, del tutto analogo, da destra e da sinistra, non ha condotto al rafforzamento immediato dei comunisti, ma, dapprima, al rafforzamento del partito intermedio degli “indipendenti”, benché questo partito non avesse una idea politica propria, né una politica indipendente, ma oscillasse fra gli Scheidemann e i comunisti?

È chiaro che una delle cause fu la tattica sbagliata dei comunisti tedeschi. Essi devono riconoscere coraggiosamente e onestamente questo errore e imparare a correggerlo. L’errore è consistito nel rifiuto di partecipare al Parlamento borghese reazionario e ai sindacati reazionari. L’errore è consistito in numerose manifestazioni di quella malattia infantile “di sinistra” che ora è venuta in chiaro e che perciò potrà essere curata tanto meglio, tanto più rapidamente e con tanto maggior vantaggio per l’organismo.

Il Partito socialdemocratico indipendente di Germania è in sé evidentemente un partito eterogeneo: accanto ai vecchi capi opportunisti (Kautsky, Hilferding e in buona misura evidentemente anche Crispien, Ledebour e altri), che hanno dimostrato la loro incapacità di comprendere l’importanza del potere sovietico e della dittatura del proletariato, la loro incapacità di dirigere la lotta rivoluzionaria del proletariato, si è formata in questo partito un’ala sinistra proletaria che  cresce con rapidità sorprendente. Centinaia di migliaia di iscritti a questo partito (il quale, credo, conta 750 mila membri) sono proletari che vanno allontanandosi da Scheidemann e si avvicinano rapidamente al comunismo. Già al Congresso degli “indipendenti” tenutosi a Lipsia (1919), quest’ala proletaria reclamava l’adesione immediata e incondizionata alla III Internazionale. Aver paura di un “compromesso” con quest’ala del partito è addirittura ridicolo. Al contrario, i comunisti devono assolutamente cercare e trovare una forma adeguata di compromesso con essa, un compromesso cha da una parte faciliti e affretti la necessaria completa fusione con quest’ala degli “indipendenti” e, dall’altra, non ostacoli in nessun modo i comunisti nella loro lotta ideologica e politica contro l’ala destra opportunista degli “indipendenti”. Verosimilmente non sarà facile elaborare una forma adatta di compromesso; ma soltanto un ciarlatano potrebbe promettere agli operai e ai comunisti tedeschi una via “facile” per la vittoria.

Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletariato “puro” non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletario e il semiproletario (colui che si procura di che vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza-lavoro), tra il semiproletario e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; se, in seno al proletariato stesso, non vi fossero delle suddivisioni in strati più o meno avanzati, delle suddivisioni per regione, per mestiere, talvolta per religione, ecc. Da tutto ciò deriva la necessità - la necessità assoluta e incondizionata - per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista, di manovrare, di stringere accordi, di fare compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere. Bisogna notare fra l’altro che la vittoria dei bolscevichi sui menscevichi richiese, non soltanto prima della Rivoluzione d’Ottobre 1917, ma anche dopo di essa, l’uso di una tattica di destreggiamenti, di accordi, di compromessi, naturalmente tali da facilitare, accelerare, consolidare e rafforzare i bolscevichi a spese dei menscevichi. I democratici piccolo-borghesi (compresi i menscevichi) oscillano inevitabilmente tra la borghesia e il proletariato, tra la democrazia borghese e il regime dei Soviet, tra il riformismo e lo spirito rivoluzionario, tra la simpatia per gli operai e la paura della dittatura proletaria, ecc. La giusta tattica dei comunisti deve consistere nell’utilizzare queste oscillazioni e non nell’ignorarle. La loro utilizzazione esige che si facciano delle concessioni a quegli elementi che si orientano verso il proletariato nel momento e nella misura in cui si orientano verso di esso, lottando in pari tempo contro gli elementi che si orientano, invece, verso la borghesia. In seguito all’applicazione di una giusta tattica, il menscevismo, da noi, andò e va tuttora sempre più disgregandosi; vengono isolati i capi ostinatamente opportunisti e passano nel nostro campo i migliori operai, i migliori elementi della democrazia piccolo-borghese. È questo un processo di lunga durata e la “risoluzione” frettolosa (“nessun compromesso”, “nessuna manovra”) può soltanto recar danno al rafforzamento dell’influenza e all’accrescimento delle forze del proletariato rivoluzionario.

Da ultimo, un errore incontestabile dei “sinistri” in Germania, è la rigida insistenza con la quale negano ogni riconoscimento della pace di Versailles. Quanto più “solida” e “grave”, quanto più “recisa” e inappellabile è la formulazione che viene data di questa opinione, per esempio da K. Horner, tanto meno ciò appare intelligente. Non basta rinnegare la madornali assurdità del “bolscevismo nazionale” (Laufenberg e altri), che nell’attuale situazione della rivoluzione proletaria internazionale si è spinto fino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa. Bisogna anche comprendere che una tattica la quale non ammette la necessità in cui verrebbe a trovarsi la Germania sovietica (se fra breve sorgesse una Repubblica sovietica tedesca) di riconoscere, per un certo tempo, la pace di Versailles e sottomettersi ad essa, è radicalmente sbagliata. Da ciò non consegue che gli “indipendenti” hanno avuto ragione - quando al governo si trovavano gli Scheidemann, quando il potere sovietico in Ungheria non era ancora caduto,[11] quando non era ancora esclusa la possibilità di un intervento della rivoluzione sovietica di Vienna in aiuto  dell’Ungheria dei Soviet - a esigere in quelle circostanze la firma della pace di Versailles. In quel momento, gli “indipendenti” si barcamenarono e manovrarono molto male, perché si addossarono una responsabilità più o meno grande per conto dei traditori Scheidemann e hanno incominciato chi più e chi meno a scivolare dalla concezione di una lotta di classe la più implacabile (e ponderata) contro gli Scheidemann verso una concezione “al di fuori delle classi” o “al di sopra delle classi”.

 

11. Il potere sovietico in Ungheria si costituì il 21 marzo 1919 e cadde ai primi di agosto. Dopo la sconfitta dell’impero austro-ungarico, nel novembre 1918, in Ungheria si costituì una repubblica indipendente con un governo radicale borghese, presieduto dal conte Karoly. Questo governo cadde sotto l’ondata rivoluzionaria degli operai dopo aver tentato di reprimerla ferocemente. Si costituì allora un governo rivoluzionario ma il partito comunista si fuse col partito socialdemocratico. Si indebolì così la direzione proletaria e rivoluzionaria del partito che commise molti errori. Gli eserciti romeno, serbo e ceco ripristinarono il potere borghese-agrario costituendo il regime fascista di Horthy.

 

Ma oggi la situazione è evidentemente tale che i comunisti tedeschi non devono legarsi le mani e non devono impegnarsi a un rifiuto assoluto e obbligatorio della pace di Versailles in caso di vittoria del comunismo. Ciò sarebbe sciocco. Bisogna invece dire: gli Scheidemann e i kautskiani hanno commesso una serie di tradimenti che hanno reso difficile (e in parte hanno addirittura rovinato) la causa dell’alleanza con la Russia sovietica e con l’Ungheria sovietica. Noi comunisti favoriremo e prepareremo quest’alleanza con tutti i mezzi, ma con questo non siamo affatto obbligati a denunciare immancabilmente e, per giunta, subito la pace di Versailles. La possibilità di respingerla con buoni risultati non dipende soltanto dal successo del movimento sovietico tedesco, ma anche dai successi del movimento sovietico internazionale. Gli Scheidemann e i kautskiani hanno ostacolato questo movimento: noi lo aiutiamo. Questa è la sostanza della questione, questa è la differenza radicale. E se i nostri nemici di classe, gli sfruttatori, i loro servitori, gli Scheidemann e i kautskiani, hanno lasciato passare numerose occasioni di rafforzare il movimento sovietico tedesco e internazionale, di rafforzare la rivoluzione sovietica tedesca e internazionale, la colpa ricade su di loro. La rivoluzione sovietica in Germania rafforzerà il movimento sovietico internazionale, che è il più forte baluardo (e l’unico baluardo sicuro, invincibile, la cui potenza è universale) contro la pace di Versailles, contro l’imperialismo internazionale in genere. Voler dare per forza, a tutti i costi e subito, al problema della propria liberazione della pace di Versailles, la precedenza sul problema della liberazione dall’imperialismo di altri paesi oppressi, è segno di nazionalismo piccolo-borghese (degno dei Kautsky, degli Hilferding, degli Otto Bauer e soci), non è internazionalismo rivoluzionario. L’abbattimento della borghesia in uno qualunque dei grandi paesi europei, quindi anche in Germania, è un tale vantaggio per la rivoluzione internazionale, che per ottenerlo si può e si deve accettare - se ciò sarà necessario - una più lunga durata della pace di Versailles. Se la Russia, da sola, fu in grado di sopportare per alcuni mesi la pace di Brest con vantaggio per la rivoluzione, non è per nulla impossibile che la Germania sovietica, in alleanza con la Russia sovietica, sopporti con vantaggio della rivoluzione una più lunga durata della pace di Versailles.

Gli imperialisti di Francia, Inghilterra, ecc. provocano i comunisti tedeschi, tendono loro una trappola: “Dite che non firmerete la pace di Versailles”. E i comunisti “di sinistra” cadono come bambini in quella trappola predisposta per loro, invece di manovrare abilmente contro il nemico insidioso e in questo momento più forte, invece di rispondere: “Oggi, noi firmeremo la pace di Versailles”. Legarsi anticipatamente le mani, dire apertamente al nemico, oggi meglio armato di noi, se e quando ci batteremo con lui, è una sciocchezza e non un segno di spirito rivoluzionario. Accettare la battaglia quando ciò è manifestamente vantaggioso per il nemico e non per noi, è un delitto. Quei politici della classe rivoluzionaria che non sanno “destreggiarsi, stringere accordi e compromessi” per evitare una battaglia manifestamente svantaggiosa, non valgono un bel niente.

 

9. Il comunismo “di sinistra” in Inghilterra

In Inghilterra non esiste ancora un partito comunista, ma esiste tra gli operai un movimento comunista nuovo, vasto, potente, che si sviluppa con rapidità e giustifica le migliori speranze. Esistono alcuni partiti e alcune organizzazioni politiche (Partito socialista britannico, Partito socialista laburista, Lega socialista del Galles del Sud, Federazione operaia socialista) che vogliono formare un partito comunista e che, a tale scopo, sono già in trattative fra loro. Nel settimanale Workers’ Dreadnought (vol. VI, n. 48, 21 febbraio 1920), organo dell’ultima delle organizzazioni citate, compare un articolo della sua direttrice, la compagna Sylvia Pankhurst, intitolato Verso un partito comunista. L’articolo espone il corso delle trattative fra le quattro organizzazioni citate, per la formazione di un partito comunista unico sulla base dell’adesione alla III Internazionale, del riconoscimento del sistema sovietico in luogo del parlamentarismo e del riconoscimento della dittatura del proletariato. Risulta che uno dei principali ostacoli all’immediata creazione di un partito comunista unico è costituito dai dissensi sul problema della partecipazione al Parlamento e dell’adesione del nuovo partito comunista al vecchio Partito laburista, corporativo, composto prevalentemente da sindacati, opportunista e socialsciovinista. La Federazione operaia socialista e il Partito socialista laburista *[Questo partito però sarebbe contro l’adesione al Partito laburista, ma non compattamente schierato contro la partecipazione al Parlamento]* si pronunciano contro la partecipazione alle elezioni parlamentari e al Parlamento, contro l’adesione al Partito laburista, dissentendo in merito dalla totalità o dalla maggioranza dei membri del Partito socialista britannico, che ai loro occhi rappresenta “l’ala destra dei partiti comunisti” in Inghilterra (pag. 5 dell’articolo citato di Sylvia Pankhurst).

Quindi la divisione fondamentale è la stessa che in Germania, malgrado le grandissime differenze della forma in cui si manifestano i dissensi (in Germania tale forma è notevolmente più vicina alla forma "russa", che non in Inghilterra) e di tutto un complesso di altre circostanze. Esaminiamo dunque gli argomenti dei “sinistri”.

In merito alla partecipazione al Parlamento, la compagna Sylvia Pankhurst si richiama a una lettera del compagno W. Gallacher pubblicata nello stesso numero. Questi in nome del Consiglio operaio della Scozia di Glasgow scrive:

"Questo Consiglio è nettamente antiparlamentare e ha con sé l’ala sinistra di varie organizzazioni politiche. Noi in Scozia rappresentiamo il movimento rivoluzionario. Questo tende alla creazione di un’organizzazione rivoluzionaria sui luoghi di lavoro (nei diversi rami della produzione) e di un partito comunista che si fondi su dei comitati sociali in tutto il paese. Per molto tempo abbiamo polemizzato con i parlamentari ufficiali. Non abbiamo però ritenuto necessario dichiarare loro apertamente guerra ed essi temono di passare all’attacco contro di noi... Ma una situazione simile non può durare a lungo. Noi vinciamo su tutta la linea. In Scozia, le masse degli iscritti al Partito laburista indipendente hanno sempre più in disgusto l’idea del Parlamento e quasi tutti i gruppi locali sono per i Soviet o Consigli operai. Si intende che ciò ha la più grande importanza per quei signori che considerano la politica come un mezzo di guadagno (come una professione). Costoro ricorrono a tutti i mezzi per persuadere i loro aderenti a ritornare indietro, in grembo al parlamentarismo. I compagni rivoluzionari non devono [il corsivo è di Gallacher] appoggiare questa banda. Qui la lotta che dovremo condurre sarà molto dura. Uno dei suoi peggiori aspetti sarà il tradimento di coloro per i quali gli interessi personali sono uno stimolante più forte del loro interesse per la rivoluzione. Ogni appoggio al parlamentarismo contribuirebbe semplicemente a far cadere il potere nelle mani degli Scheidemann e Noske inglesi. Henderson, Clynes e consorti sono irrimediabilmente reazionari. Il Partito laburista indipendente ufficiale cade sempre più sotto il dominio di liberali borghesi, che hanno trovato un rifugio spirituale nel campo dei signori Mac Donald, Snowden e consorti. Il Partito laburista indipendente ufficiale è implacabilmente ostile alla III Internazionale, la massa è invece favorevole ad essa. Appoggiare in un modo qualsiasi i parlamentari opportunisti, significa semplicemente fare il gioco dei signori sopra citati. Il Partito socialista britannico non ha qui alcuna importanza... Qui occorrono una sana organizzazione rivoluzionaria industriale (sui luoghi di lavoro) e un partito comunista che fondi la sua attività su basi scientifiche, chiare, esattamente determinate. Se i nostri compagni possono aiutarci nella creazione dell’una e dell’altro, accetteremo  volentieri il loro aiuto; se non possono aiutarci, almeno, per amor del cielo, che non se ne immischino affatto, se non vogliono tradire la rivoluzione accordando il loro appoggio ai reazionari che si adoperano con tanto zelo a conseguire il titolo “onorevole” (?) [il punto interrogativo è di Gallacher] di deputato e che ardono dal desiderio di dimostrare che essi possono governare con non minor successo degli stessi “padroni”, i politici della classe dominante".

A mio giudizio questa lettera alla redazione esprime perfettamente lo stato d’animo e il punto di vista di giovani comunisti o di operai della base, che incominciano appena a venire al comunismo. Tale stato d’animo è confortante e prezioso al massimo grado. Bisogna saperlo apprezzare e appoggiare perché senza di esso la rivoluzione proletaria in Inghilterra, come in qualsiasi altro paese, non avrebbe speranza di vittoria. Le persone che sanno esprimere questo stato d’animo delle masse, che sanno suscitare nelle masse un simile stato d’animo (spesso assopito, non cosciente, non ancora desto), devono essere trattate con riguardo e aiutate con sollecitudine in tutti i modi. Ma nello stesso tempo bisogna dir loro francamente, apertamente, che lo stato d’animo delle masse da solo non basta per dirigere le masse in una grande lotta rivoluzionaria e che certi errori che le persona più devote alla rivoluzione sono in procinto di commettere o commettono, possono danneggiare la causa della rivoluzione. Nella lettera del compagno Gallacher alla redazione si vedono, senza alcun dubbio, i germi di tutti gli errori che commettono i comunisti tedeschi di “sinistra” e che furono commessi dai bolscevichi russi “di sinistra” negli anni 1908 e 1918.

L’autore della lettera è animato da un nobile odio proletario (odio che però è comprensibile e familiare non soltanto ai proletari, ma a tutti i lavoratori, a tutta la “gente minuta”, per adoperare un’espressione tedesca) contro i “politici di professione” borghesi. Quest’odio di un rappresentante delle masse oppresse e sfruttate è in verità il “principio di ogni saggezza”, il fondamento di ogni movimento socialista e comunista e delle sue vittorie. Ma l’autore, evidentemente, non tiene conto del fatto che la politica è una scienza e un’arte che non cade dal cielo ma richiede uno sforzo e che il proletariato, se vuol vincere la borghesia, deve formare da sé i propri “politici di professione”, proletari, che non siano in alcun modo peggiori dei politici borghesi.

L’autore della lettera ha ottimamente compreso che non il Parlamento, ma soltanto i Soviet operai possono essere lo strumento atto a raggiungere gli scopi del proletariato. Chi non ha ancora capito questo è - s’intende - il peggior reazionario, anche se è la persona più dotta, il politico più esperto, il socialista più sincero, il marxista più erudito, il cittadino e il padre di famiglia più onesto. Ma l’autore della lettera non pone neppure, non crede necessario porre la questione: è possibile condurre i Soviet alla vittoria sul Parlamento, senza introdurre in seno al Parlamento degli uomini politici devoti ai Soviet? Senza disgregare il parlamentarismo dall’interno? Senza preparare in seno al Parlamento il successo dei Soviet nel compito di sciogliere il Parlamento? Eppure l’autore della lettera enuncia l’idea, del tutto giusta, che il partito comunista in Inghilterra deve agire su basi scientifiche. La scienza esige in primo luogo che si consideri l’esperienza degli altri paesi, soprattutto se questi altri paesi, anch’essi capitalisti, stanno compiendo o da poco hanno compiuto un’esperienza molto simile; in secondo luogo, che si considerino tutte le forze, tutti i gruppi, partiti, classi, tutte le masse che agiscono in un dato paese e che non si decida mai la linea da seguire soltanto in base ai desideri e alle opinioni, in base al livello raggiunto dalla coscienza e dalla preparazione alla lotta di un solo gruppo o partito.

Che gli Henderson, i Clynes, i Mac Donald, gli Snowden sono irrimediabilmente reazionari, è vero. Altrettanto vero è che essi vogliono prendere il potere nelle loro mani (pure preferendo, del resto, una coalizione con la borghesia), che essi vogliono “governare” secondo le vecchie norme borghesi, e che, una volta giunti al potere, si comporterebbero inevitabilmente come gli Scheidemann e i Noske. Tutto ciò è esatto. Ma da questo non consegue affatto che appoggiarli è un tradimento verso la rivoluzione; ne consegue invece che i rivoluzionari della classe operaia, nell’interesse della rivoluzione, devono accordare a questi signori un certo appoggio parlamentare.

Per chiarire questo pensiero, prendo due recenti documenti politici inglesi: 1. il discorso fatto dal primo ministro Lloyd George il 18 marzo 1920 (secondo il testo pubblicato dal Manchester Guardian del 19 marzo 1920) e 2. le  considerazioni della comunista di “sinistra”, compagna Sylvia Pankhurst, nel suo articolo prima citato.

Lloyd George, nel suo discorso, ha polemizzato con Asquith (che era stato espressamente invitato alla riunione, ma aveva rifiutato di andarvi) e con quei liberali che vogliono non la coalizione con i conservatori, ma un avvicinamento al Partito laburista. (Abbiamo visto che anche nella lettera del compagno Gallacher alla redazione si accenna al passaggio di alcuni liberali al Partito laburista indipendente). Lloyd George ha tentato di dimostrare che è invece necessaria una coalizione dei liberali con i conservatori, e anzi una stretta coalizione, perché altrimenti potrebbe vincere il Partito laburista che Lloyd George preferisce chiamare “socialista” e che tende a instaurare la “proprietà collettiva” dei mezzi di produzione. "In Francia questo si chiama comunismo", ha spiegato in termini popolari il capo della borghesia inglese ai suoi ascoltatori, parlamentari liberali che verosimilmente fino allora non lo sapevano; "in Germania si chiamava socialismo; in Russia si chiama bolscevismo" ha proseguito. E i liberali, per principio, non possono accettare questo - ha spiegato Lloyd George - perché i liberali sostengono, per principio, la proprietà privata. "La civiltà è in pericolo - ha affermato l’oratore - e perciò i liberali e i conservatori devono unirsi...”

"... se vi recate nei circondari di campagna - ha detto Lloyd George - convengo che vi troverete le vecchie divisioni dei partiti che si sono conservate come erano prima. Là il pericolo è lontano. Là non ci sono pericoli. Ma quando il movimento arriverà anche nei circondari di campagna, il pericolo sarà anche lì tanto grande quanto lo è già oggi in alcuni circondari industriali. I quattro quinti del nostro paese lavorano nell’industria e nel commercio, appena un quinto nell’agricoltura. Questa è una della circostanze che io ho sempre presente quando rifletto sui pericoli che l’avvenire ci riserva. In Francia la popolazione è dedita all’agricoltura e si ha una solida base di opinioni ben definite, che non si sposta così rapidamente e che non è molto facile smuovere con un movimento rivoluzionario. Nel nostro paese le cose stanno diversamente. Il nostro paese può essere sconvolto più facilmente di qualsiasi altro paese del mondo e se esso comincia a vacillare, il crollo, per i motivi sopra indicati, sarà più grave che negli altri paesi."

Come il lettore vede, Lloyd George non è soltanto un uomo molto intelligente, ma anche un uomo che ha molto imparato dai marxisti. Non sarà male che anche noi impariamo da Lloyd George. È interessante notare anche il seguente episodio della discussione che si è svolta dopo il discorso di Lloyd George:

Signor Wallace: "Vorrei chiedere come il primo ministro valuta gli effetti della sua linea [di unità dei liberali con i conservatori] nei circondari industriali sugli operai dell’industria, molti dei quali sono ora liberali e dai quali riceviamo un appoggio così forte. Non è possibile che essa abbia come risultato un formidabile aumento delle forze del Partito laburista, grazie all’afflusso di operai che ora sono nostri sinceri sostenitori?"

Il primo ministro: "La mia opinione è completamente diversa. Il fatto che i liberali si combattano fra loro, spinge indubbiamente un numero assai rilevante di liberali a entrare per disperazione nel Partito laburista, dove trovate già un buon numero di liberali, uomini molto capaci, che oggi lavorano a screditare il governo. Il risultato è, senza dubbio, che nell’opinione pubblica si rafforza notevolmente il favore per il Partito laburista. L’opinione pubblica non si sposta verso i liberali che stanno fuori del Partito laburista, ma verso il Partito laburista, come dimostrano le elezioni parziali."

Notiamo di sfuggita che questo ragionamento dimostra, in particolare, che anche gli uomini più intelligenti della borghesia cadono in errore e non possono non fare sciocchezze irreparabili. E questo perderà la borghesia. I nostri uomini, invece, possono anche loro fare delle sciocchezze (a condizione, è vero, che non siano molto grandi e che siano corrette a tempo) e ciononostante, in fin dei conti, saranno vincitori.

L’altro documento politico consiste nelle seguenti considerazioni della comunista “di sinistra”, compagna Sylvia Pankhurst: “... Il compagno Inkpin (segretario del Partito socialista britannico) chiama il Partito laburista “la principale organizzazione del movimento della classe operaia”. Un altro compagno del Partito socialista britannico, in una riunione della III Internazionale, ha espresso con rilievo ancor maggiore l’opinione del Partito socialista britannico. Egli ha detto: “Noi consideriamo il Partito laburista come la classe operaia organizzata”. Noi non condividiamo questa  opinione in merito al Partito laburista. Il Partito laburista è numericamente molto grande, benché i suoi membri, in gran parte, siano inerti e apatici; sono operai e operaie entrati nelle trade-unions, perché i loro compagni di fabbrica sono tradunionisti e perché vogliono ricevere dei sussidi. Ma riconosciamo che la forza numerica del Partito laburista è anche dovuta al fatto che esso è una creazione di quella scuola di pensiero dai cui confini la maggioranza della classe operaia britannica non è ancora uscita, benché si preparino grandi mutamenti nello spirito del popolo, il quale cambierà ben presto questa situazione... Il Partito laburista britannico, come le organizzazioni social-patriottiche degli altri paesi, nel corso della evoluzione naturale della società giungerà inevitabilmente al potere. È compito dei comunisti predisporre le forze che abbatteranno i social-patrioti e, nel nostro paese, noi non dobbiamo né indugiare, né tentennare in questa attività... Noi non dobbiamo disperdere la nostra energia accrescendo le forze del Partito laburista: la sua ascesa al potere è inevitabile. Noi dobbiamo concentrare le mostre forze per creare un movimento comunista che lo vinca. Il Partito laburista costituirà tra breve il governo; l’opposizione rivoluzionaria deve essere pronta a sferrare l’attacco contro di esso...”

Dunque la borghesia liberale rinuncia al sistema storico dei “due partiti” (degli sfruttatori), consacrato da una esperienza secolare e straordinariamente vantaggioso per gli sfruttatori, ritenendo necessaria l’unificazione delle forze per la lotta contro il Partito laburista. Una parte dei liberali corre, come i topi che scappano da una nave che affonda, al Partito laburista. I comunisti di sinistra ritengono inevitabile il passaggio del potere al Partito laburista e riconoscono che questo partito ha dietro di sé la maggioranza degli operai. Da ciò essi traggono la strana conclusione che la compagna Sylvia Pankhurst formula come segue: "Il partito comunista non deve fare compromessi... Esso deve mantenere pura la sua dottrina e immacolata la sua indipendenza dal riformismo. La sua missione è di andare avanti, senza fermarsi e senza deviare dal cammino, di seguire la via diritta verso la rivoluzione comunista".

Al contrario, dal fatto che la maggioranza degli operai in Inghilterra segue ancora i Kerenski e gli Scheidemann inglesi e non ha ancora sperimentato un governo costituito da quella gente - esperienza che si è dimostrata indispensabile in Germania e in Russia, per il passaggio in massa degli operai al comunismo - da questo fatto risulta sicuramente che i comunisti inglesi devono partecipare all’attività parlamentare e che dall’interno del Parlamento devono aiutare le masse operaie a vedere in pratica i risultati del governo degli Henderson e degli Snowden, che essi devono aiutare gli Henderson e gli Snowden a vincere i Lloyd George e i Churchill coalizzati. Agire in modo diverso significa intralciare la causa della rivoluzione; perché senza un cambiamento nel modo di pensare della maggioranza della classe operaia la rivoluzione è impossibile e questo cambiamento è un prodotto dell’esperienza politica delle masse e mai della sola propaganda. “Avanti, senza compromessi, senza deviare dal cammino”: quando è una minoranza della classe operaia, manifestamente impotente, che dice questo - una minoranza la quale sa (o in ogni caso dovrebbe sapere) che la maggioranza, entro breve tempo, a condizione che Henderson e Snowden riportino la vittoria su Lloyd George e Churchill, rimarrà delusa dei suoi capi e verrà ad appoggiare il comunismo (o in ogni caso passerà alla neutralità e in gran parte a una neutralità benevola verso i comunisti), una simile parola d’ordine è evidentemente sbagliata. È proprio come se 10 mila soldati si gettassero nella battaglia contro un nemico di 50 mila uomini, mentre occorre “fermarsi”, “deviare dal cammino” e magari stringere dei “compromessi”, anche solo per attendere i 100 mila uomini di rinforzo che devono giungere ma che non sono ancora in grado di entrare subito in campo. Questa è una puerilità da intellettuali, non una tattica ponderata, da classe rivoluzionaria.

La legge fondamentale della rivoluzione, confermata da tutte le rivoluzioni e particolarmente da tutte e tre le rivoluzioni russe del secolo XX, consiste in questo: per la rivoluzione non è sufficiente che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di vivere come per il passato e reclamino dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che anche gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per il passato [nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria una simile condizione si è protratta su un lungo periodo: la “situazione rivoluzionaria in  sviluppo”]. Soltanto quando gli “strati inferiori” non vogliono più vivere come per il passato e gli “strati superiori” non possono più andare avanti come prima, soltanto allora la rivoluzione può vincere. In altri termini, questa verità si esprime così: la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori). Per la rivoluzione bisogna, dunque, in primo luogo, che la maggioranza degli operai (o per lo meno la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità della rivoluzione e sia pronta ad affrontare la morte per essa; in secondo luogo che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate (l’indizio di ogni vera rivoluzione sta in questo, che tra le masse lavoratrici e sfruttate, apatiche fino a quel momento, il numero degli uomini atti alla lotta politica aumenta rapidamente di 10 e perfino di 100 volte), indebolisca il governo e renda possibile ai rivoluzionari il rapido rovesciamento di esso.

In Inghilterra, come si vede, tra l’altro, proprio dal discorso di Lloyd George, maturano manifestamente entrambe le condizioni di una rivoluzione proletaria vittoriosa. Gli errori da parte dei comunisti di sinistra sono ora doppiamente pericolosi, appunto perché si osserva che alcuni rivoluzionari hanno un atteggiamento non abbastanza meditato, non abbastanza attento, non abbastanza cosciente, non abbastanza ponderato verso ognuna di queste condizioni. Se noi siamo non un gruppo di rivoluzionari, ma il partito della classe rivoluzionaria, se vogliamo attrarre al nostro seguito le masse (e senza questo rischiamo di restare semplicemente dei chiacchieroni), dobbiamo anzitutto aiutare Henderson o Snowden a battere Lloyd George e Churchill (anzi, più esattamente: costringere i primi a battere i secondi, perché i primi hanno paura della propria vittoria!); in secondo luogo, dobbiamo aiutare la maggioranza della classe operaia a convincersi, per esperienza propria, che noi abbiamo ragione, ossia a convincersi che Henderson e Snowden sono dei buoni a nulla, che sono per natura dei piccoli borghesi e dei traditori e che il loro fallimento è inevitabile; in terzo luogo, dobbiamo affrettare il momento in cui sulla base della delusione provata dalla maggioranza degli operai nei riguardi degli Henderson, divenga possibile, con seria probabilità di vittoria, buttar giù di colpo il governo degli Henderson, che, sconcertato, perderà ancor più la testa, se perfino Lloyd George, intelligentissimo e ponderatissimo, non piccolo-borghese, ma grande borghese, si dimostra del tutto sconcertato e indebolisce sempre più se stesso (e tutta la borghesia), oggi mediante i suoi “attriti” con Churchill, domani mediante i suoi “attriti” con Asquith.

Parlerò in modo più concreto. I comunisti inglesi, secondo me, devono unificare tutti i loro quattro partiti e gruppi (tutti molto deboli e alcuni deboli oltre ogni dire), in un solo Partito comunista, sul terreno dei principi della III Internazionale e della partecipazione obbligatoria al Parlamento. Il Partito comunista propone agli Henderson e agli Snowden un “compromesso”, un accordo elettorale: marciamo insieme contro il blocco di Lloyd George e dei conservatori; dividiamo tra noi i seggi parlamentari proporzionalmente al numero dei voti dati dagli operai al Partito laburista e ai comunisti (non nelle elezioni, ma in una votazione particolare); noi ci riserviamo piena libertà di agitazione, di propaganda, di attività politica. Senza quest’ultima condizione, si intende, non si deve entrare nel blocco, perché sarebbe un tradimento: i comunisti inglesi devono assolutamente reclamare e conservare la piena libertà di smascherare gli Henderson e gli Snowden, così come l’hanno reclamata e conservata i bolscevichi russi (per quindici anni, dal 1903 al 1917) rispetto agli Henderson e agli Snowden russi, cioè ai menscevichi.

Se gli Henderson e gli Snowden accetteranno il blocco a queste condizioni, noi avremo guadagnato, perché il numero dei seggi in Parlamento non è per noi affatto importante, perché noi non diamo la caccia ai seggi parlamentari e su questo punto saremo arrendevoli (mentre gli Henderson e specialmente i loro nuovi amici - o i loro nuovi padroni- i liberali, che sono passati al Partito laburista indipendente, danno la caccia soprattutto ai seggi). Noi avremo guadagnato perché porteremo la nostra agitazione fra le masse nel momento in cui sono state “messe in effervescenza” da Lloyd George stesso, e non soltanto aiuteremo il Partito laburista a formare più presto un proprio governo, ma aiuteremo anche le masse a comprendere più rapidamente tutta la nostra propaganda comunista, che condurremo contro gli Henderson senza limitazioni e senza reticenze.

 Se gli Henderson e gli Snowden respingono il blocco con noi a queste condizioni, noi avremo guadagnato ancora di più, perché avremo mostrato senz’altro alle masse (si noti che perfino nel Partito laburista indipendente, schiettamente menscevico, del tutto opportunista, le masse sono per i Soviet) che gli Henderson preferiscono i propri buoni rapporti con i capitalisti all’unione di tutti i lavoratori. Avremo di colpo guadagnato agli occhi delle masse, le quali, specialmente dopo le brillanti spiegazioni di Lloyd George, molto giuste e molto utili (per il comunismo), simpatizzeranno per l’unione di tutti gli operai contro la coalizione di Lloyd George con i conservatori. Avremo di colpo guadagnato perché avremo dimostrato davanti alle masse che gli Henderson e gli Snowden hanno paura di vincere Lloyd George, hanno paura di prendere da soli il potere e mirano in segreto a ottenere l’appoggio di Lloyd George, il quale porge apertamente la mano ai conservatori contro il Partito laburista. È utile notare che da noi, in Russia, la propaganda dei bolscevichi contro i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari (cioè contro gli Henderson e gli Snowden russi) dopo la rivoluzione del 27 febbraio 1917 [vecchio calendario] ha avuto partita vinta appunto in seguito a un simile concorso di circostanze. Noi dicevamo ai menscevichi e ai socialisti/rivoluzionari: “Prendete tutto il potere senza la borghesia, perché voi avete la maggioranza nei Soviet” (al I Congresso dei Soviet di tutta la Russia del giugno 1917 i bolscevichi avevano soltanto il 13% dei voti). Ma gli Henderson e gli Snowden russi avevano paura di prendere il potere senza la borghesia. E quando la borghesia rinviava le elezioni per la Costituente perché sapeva benissimo che le elezioni avrebbero dato la maggioranza ai socialisti-rivoluzionari e ai menscevichi (essi costituivano un unico strettissimo blocco politico e in realtà rappresentavano un’unica democrazia piccolo-borghese), i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi non furono in grado di lottare energicamente e senza riserve contro questi rinvii. *[ In Russia le elezioni all’Assemblea costituente nel novembre 1917, secondo le cifre che si riferiscono ai circa 36 milioni elettori, diedero infatti il 25% dei voti ai bolscevichi, il 13% ai vari partiti dei proprietari fondiari e della borghesia e il 62% alla democrazia piccolo borghese, cioè ai socialisti-rivoluzionari, ai menscevichi e ad altri piccoli gruppi a loro affini.]*

Se gli Henderson e gli Snowden rifiutassero il blocco coi comunisti, i comunisti si avvantaggerebbero subito conquistando la simpatia delle masse e screditando gli Henderson e gli Snowden. E anche se, in seguito a questo rifiuto, perdessimo qualche seggio in Parlamento, ciò non avrebbe per noi nessuna importanza. Noi ci limiteremmo a presentare i nostri candidati soltanto in un numero piccolissimo di collegi assolutamente sicuri, nei quali cioè la presentazione di candidature nostre non potrebbe portare alla vittoria del liberale contro il candidato laburista. Non condurremmo l’agitazione elettorale, diffonderemmo dei manifestini in favore del comunismo e, in tutti i collegi dove non vi fossero candidati nostri, inviteremmo a votare per il candidato laburista contro il borghese. I compagni Sylvia Pankhurst e Gallacher sbagliano quando vedono in questa linea di condotta un tradimento del comunismo o una rinuncia alla lotta contro i socialtraditori. Al contrario, la causa della rivoluzione comunista ne avrebbe senza dubbio un vantaggio.

Oggi, per i comunisti inglesi, è spesso molto difficile perfino accostare le masse, perfino indurre le masse ad ascoltarli. Se io mi presento come comunista e dichiaro che invito a votare per Henderson contro Lloyd George, certamente mi si ascolterà. E potrò non soltanto spiegare in forma popolare perché i Soviet sono migliori del Parlamento e la dittatura del proletariato è migliore della dittatura di Churchill (mascherata dall’insegna della “democrazia” borghese), ma potrò anche spiegare che io vorrei sostenere Henderson col mio voto, proprio come la corda sostiene l’impiccato; che l’avvicinarsi del momento in cui gli Henderson formeranno un governo loro proprio, dimostrerà che io ho ragione, avrà per effetto di attirare le masse dalla mia parte, affretterà la morte politica degli Henderson e degli Snowden, proprio come è avvenuto con i loro simili in Russia e in Germania.

E se mi si obietta: questa è una tattica troppo “astuta” e troppo complicata, le masse non la comprenderanno, essa disperderà e dividerà le nostre forze, ci impedirà di concentrarle per la rivoluzione sovietica, ecc., io risponderò a questi contraddittori “di sinistra”: non riversate sulle masse il vostro dottrinarismo! In Russia la cultura delle masse è certamente più bassa e non più alta che in Inghilterra. E ciò nondimeno le masse hanno capito i bolscevichi; e se i  bolscevichi alla vigilia della rivoluzione sovietica, nel settembre 1917, hanno preparato le liste dei loro candidati al Parlamento borghese (Assemblea costituente) e l’indomani della rivoluzione sovietica, nel novembre 1917, hanno partecipato alle elezioni per quella stessa Assemblea costituente, che poi essi avrebbero disperso il 5 gennaio 1918, questa circostanza non è stata di ostacolo ma anzi di aiuto ai bolscevichi.

Non posso indugiarmi qui sul secondo dissenso che esiste tra i comunisti inglesi e che consiste nel dilemma: aderire o no al Partito laburista. Troppo scarsa è la documentazione di cui dispongo riguardo a questo problema, che è particolarmente complicato in conseguenza della straordinaria originalità del Partito laburista britannico, troppo dissimile per la sua stessa struttura dai partiti politici abituali del continente europeo. Ma è certo, in primo luogo, che anche in questa questione sbaglia inevitabilmente chiunque si mette in testa di dedurre la tattica del proletariato rivoluzionario da principi come questi: "Il partito comunista deve mantenere pura la sua dottrina e immacolata la sua indipendenza dal riformismo; la sua missione è di andare avanti, senza fermarsi e senza deviare dal cammino, di seguire la via diritta che porta alla rivoluzione comunista". Giacché tali principi sono soltanto una ricaduta nell’errore dei comunardi blanquisti francesi, i quali, nel 1874, proclamarono la “negazione” di qualsiasi compromesso e di qualsiasi “stazione intermedia”. In secondo luogo, è certo che il compito consiste, in questo caso, come sempre, nel sapere applicare i principi generali e fondamentali del comunismo a quella peculiarità dei rapporti fra le classi e i partiti, a quella peculiarità nello sviluppo obiettivo verso il comunismo, che è propria di ogni singolo paese e che bisogna sapere studiare, scoprire, capire.

Ma di ciò conviene parlare non soltanto in rapporto col comunismo inglese, ma in rapporto con le conclusioni generali concernenti lo sviluppo del comunismo in tutti i paesi capitalisti. Passiamo a questo argomento.

 

10. Alcune conclusioni

La rivoluzione borghese russa del 1905 mise in luce una svolta straordinariamente originale nella storia del mondo: in uno dei paesi capitalisti più arretrati, per la prima volta nel mondo, l’ondata degli scioperi raggiunse un’estensione e una forza senza precedenti. Nel solo primo mese del 1905, il numero degli scioperanti sorpassò di 10 volte il numero medio annuo degli scioperanti nei 10 anni precedenti (1895-1904) e dal gennaio all’ottobre 1905 gli scioperi crebbero ininterrottamente e in misura prodigiosa. Sotto l’influenza di una serie di condizioni storiche del tutto particolari, la Russia arretrata mostrò per prima a tutto il mondo non soltanto un salto repentino nella crescita dell’attività spontanea delle masse oppresse durante la rivoluzione (ciò è avvenuto in tutte le grandi rivoluzioni), ma anche l’importanza del proletariato, infinitamente maggiore della sua proporzione numerica rispetto alla popolazione, la combinazione dello sciopero economico con lo sciopero politico, con la trasformazione di quest’ultimo in insurrezione armata, la nascita di una nuova forma di lotta di massa e di organizzazione di massa delle classi oppresse dal capitalismo: i Soviet.

Le rivoluzioni del febbraio e dell’ottobre 1917 portarono i Soviet a svilupparsi in tutti i sensi, su scala nazionale, e poi li portarono fino alla loro vittoria nella rivoluzione proletaria, socialista. E in meno di due anni si palesò il carattere internazionale dei Soviet, l’estensione di questa forma di lotta e di organizzazione al movimento operaio di tutto il mondo, la missione storica dei Soviet, che è quella di essere i becchini, gli eredi, i successori del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese in generale.

Ma questo non basta. La storia del movimento operaio mostra oggi che, in tutti i paesi, esso deve apprestarsi (e ha già cominciato) a passare attraverso la lotta del comunismo nascente, che si rafforza e marcia verso la vittoria, anzitutto e soprattutto contro il proprio (di ogni paese) “menscevismo”, cioè contro l’opportunismo e il socialsciovinismo; in secondo luogo - e, per così dire, come supplemento - contro il comunismo “di sinistra”. La prima lotta si è sviluppata in tutti i paesi, a quanto pare senza nessuna eccezione, come lotta tra la II Internazionale (oggi di fatto già morta) e la III Internazionale. La seconda lotta si può osservarla in Germania, in Inghilterra, in Italia, negli USA (in qualche modo una  certa parte degli Operai Industriali del Mondo [IWW] e delle correnti anarco-sindacaliste sostiene gli errori del comunismo “di sinistra”, assieme al riconoscimento quasi generale, quasi unanime del sistema dei Soviet), in Francia (atteggiamento di una parte degli ex sindacalisti verso il partito politico e il parlamentarismo, sempre però con il riconoscimento del sistema sovietico): cioè, indubbiamente, non soltanto in alcuni paesi, ma in tutto il mondo.

Ma benché la scuola preparatoria, che conduce il movimento operaio alla vittoria sulla borghesia, sia in fondo dappertutto la medesima, questo sviluppo si compie in ogni paese a suo modo. Inoltre, i grandi paesi capitalisti avanzati percorrono questa via assai più rapidamente del bolscevismo, il quale ha ottenuto dalla storia un periodo di quindici anni per prepararsi alla vittoria come corrente politica organizzata. La III Internazionale, nel breve termine di un anno ha già riportato una vittoria decisiva: ha battuto la II Internazionale gialla e socialsciovinista, che soltanto alcuni mesi fa era incomparabilmente più forte dell’Internazionale Comunista, sembrava salda e potente, approfittava di ogni genere di aiuti diretti e indiretti, materiali (posti ministeriali, passaporti, stampa) e ideologici della borghesia mondiale.

Ora tutto sta nell’ottenere che i comunisti di ciascun paese tengano conto, con piena coscienza, tanto dei problemi fondamentali di principio della lotta contro l’opportunismo e contro il dottrinarismo “di sinistra”, quanto delle particolarità concrete che questa lotta assume e deve immancabilmente assumere in ogni singolo paese, in conformità con i tratti originali della sua economia, della sua politica, della sua cultura, della sua composizione nazionale (Irlanda, ecc.), delle sue colonie, delle sue divisioni religiose, ecc., ecc. Dappertutto si fa sentire, si estende e cresce il malcontento contro la II Internazionale, sia a causa del suo opportunismo, sia a causa della sua inettitudine o incapacità di creare un centro che meriti effettivamente questo nome, effettivamente dirigente, capace di guidare la tattica internazionale del proletariato rivoluzionario nella sua lotta per la repubblica sovietica mondiale. È necessario rendersi chiaramente conto che un tale centro dirigente non può in nessun caso venire costituito su un modello stereotipato, sull’uguagliamento meccanico, sull’uniformità delle regole tattiche di lotta. Finché sussistono differenze nazionali e statali fra i popoli e i paesi - che dureranno ancora a lungo, molto a lungo, anche dopo la realizzazione della dittatura del proletariato su scala mondiale - l’unità della tattica internazionale del movimento operaio comunista di tutti i paesi esige non l’eliminazione delle diversità, non la soppressione delle differenze nazionali (nel momento attuale ciò sarebbe una balorda fantasticheria), ma un’applicazione dei principi fondamentali del comunismo (potere dei Soviet e dittatura del proletariato) tale che modifichi giustamente nei particolari questi principi, li adoperi giustamente e li adatti alle diversità nazionali e nazionali-statali. Ricercare, studiare, discernere, indovinare e cogliere le particolarità nazionali e ciò che vi è di specificatamente nazionale nel modo concreto che ciascun paese ha nell’affrontare la soluzione del compito internazionale unico per tutti, cioè la vittoria sia sull’opportunismo sia sul dottrinarismo di sinistra nel movimento operaio, l’abbattimento della borghesia, l’instaurazione della repubblica dei Soviet e della dittatura proletaria: questo è il compito capitale dell’attuale momento storico in tutti i paesi progrediti (e non soltanto in quelli progrediti). Il più importante - non tutto, naturalmente: si è ancora ben lontano dall’aver fatto tutto - è già stato fatto con l’attrazione dell’avanguardia della classe operaia, col suo passaggio dalla parte del potere sovietico contro il parlamentarismo, dalla parte della dittatura del proletariato contro la democrazia borghese. Ora occorre concentrare tutte le forze, tutta l’attenzione sul passo successivo che sembra meno importante - e da un certo punto di vista lo è effettivamente - ma che invece è più vicino alla soluzione pratica del compito, cioè sulla ricerca delle forme di transizione o di avvicinamento alla rivoluzione proletaria.

L’avanguardia proletaria è ideologicamente conquistata. Questo è l’essenziale. Senza ciò non si può fare nemmeno il primo passo verso la vittoria. Ma di qui alla vittoria la distanza è ancora grande. Con la sola avanguardia non si può vincere. Gettare la sola avanguardia nella battaglia decisiva, prima che tutta la classe, prima che le grandi masse abbiano preso una posizione o di appoggio diretto dell’avanguardia o, almeno, di benevola neutralità nei suoi riguardi e assolutamente di non disponibilità ad appoggiare i suoi avversari, non sarebbe soltanto una sciocchezza, ma anche un  delitto. Ma affinché effettivamente tutta la classe, affinché effettivamente le grandi masse dei lavoratori e degli oppressi dal capitale giungano a prendere tale posizione, la sola propaganda, la sola agitazione non bastano. Per questo è necessaria l’esperienza politica delle masse stesse. Tale è la legge fondamentale di tutte le grandi rivoluzioni, confermata oggi con una forza e un rilievo impressionanti, non solo dalla Russia, ma anche dalla Germania. Non soltanto le masse russe incolte, spesso analfabete, ma anche le masse tedesche, altamente colte e senza analfabeti, per volgersi risolutamente verso il comunismo, hanno dovuto sperimentare a loro spese tutta l’impotenza, tutta la mancanza di carattere, tutta l’incapacità, tutto il servilismo davanti alla borghesia, tutta la bassezza del governo dei paladini della II Internazionale, tutta l’inevitabilità delle dittature dei reazionari estremi (Kornilov in Russia, Kapp e consorti in Germania) come unica alternativa alla dittatura del proletariato.

Il compito attuale dell’avanguardia cosciente nel movimento operaio internazionale, cioè il compito dei partiti, delle correnti, dei gruppi comunisti, sta nel saper condurre le grandi masse (oggi ancora, nel maggior numero dei casi, sonnolente, apatiche, abitudinarie, inerti, non ancora risvegliate) verso questa loro nuova posizione o, meglio, nel saper guidare, non soltanto il proprio partito, ma anche queste masse durante il loro avvicinamento, il loro passaggio alla nuova posizione. Se non si è potuto adempiere al primo compito storico (attrarre l’avanguardia cosciente del proletariato dalla parte del regime dei Soviet e della dittatura della classe operaia) senza una piena vittoria ideologica e politica sull’opportunismo e sul socialsciovinismo, non si potrà adempiere al secondo compito - che è all’ordine del giorno e che consiste nel condurre le masse sulla nuova posizione, atta ad assicurare la vittoria dell’avanguardia nella rivoluzione - senza liquidare il dottrinarismo di sinistra, senza superare completamente i suoi errori, senza liberarsi di essi.

Finché si trattava (e in quanto ancora si tratta) di attrarre dalla parte del comunismo l’avanguardia del proletariato, il primo posto spetta alla propaganda. In questo caso, anche i circoli, con tutte le debolezze proprie di questo genere di organizzazione, sono utili e danno risultati fruttuosi. Quando si tratta dell’azione pratica delle masse, quando si tratta di schierare - mi si passi l’espressione - eserciti di milioni di uomini, di disporre tutte le forze di classe di una data società per l’ultima e decisiva battaglia, allora, con i soli metodi della propaganda, con la sola ripetizione delle verità del comunismo “puro”, non si ottiene nulla. In questo caso non si deve contare a migliaia, come di solito conta il propagandista, membro di un gruppo ristretto, che non ha ancora diretto le masse, ma si deve contare a milioni e a decine di milioni. Non basta più chiederci soltanto se abbiamo persuaso l’avanguardia della classe rivoluzionaria, ma anche se le forze storicamente operanti di tutte le classi, di tutte assolutamente le classi di una data società, senza eccezione, sono disposte in modo che la battaglia decisiva sia già del tutto matura - se sono cioè disposte in modo: 1) che tutte le forze di classe che ci sono ostili si siano sufficientemente ingarbugliate, si siano sufficientemente azzuffate fra loro, si siano sufficientemente indebolite in una lotta superiore alle loro forze; 2) che tutti gli elementi intermedi, esitanti, vacillanti, instabili - cioè la piccola borghesia e i democratici piccolo-borghesi in quanto distinti dalla borghesia - si siano sufficientemente smascherati davanti al popolo, si siano sufficientemente screditati con il loro fallimento all’atto pratico; 3) che nel proletariato sia sorta e abbia iniziato a svilupparsi con forza una tendenza di massa ad appoggiare le azioni rivoluzionarie più decise, più ardite e coraggiose contro la borghesia. Allora la rivoluzione è davvero matura, allora, se abbiamo tenuto nel debito conto tutte le condizioni sopra enunciate e brevemente tratteggiate e se abbiamo scelto bene il momento, la nostra vittoria è sicura.

I dissensi tra i Churchill e i Lloyd George da una parte (questi tipi politici si trovano in tutti i paesi con differenze nazionali trascurabili) e, dall’altra parte, i dissensi fra gli Henderson e i Lloyd George, sono del tutto privi di importanza, sono una piccola cosa dal punto di vista del comunismo puro, cioè astratto, cioè non ancora maturo per l’azione pratica, politica, di massa. Ma, dal punto di vista di questa azione pratica delle masse, questi dissensi sono estremamente importanti. Tutto il compito, tutta l’opera del comunista che voglia essere non soltanto un propagandista  cosciente, convinto, fedele ai principi, ma anche un dirigente pratico della masse nella rivoluzione, consiste nel tener conto di questi dissensi, nel determinare il momento in cui, tra questi “amici” giungono a piena maturazione gli inevitabili conflitti che indeboliscono ed estenuano tutti quanti gli “amici” messi insieme. Bisogna unire la più severa devozione alle idee del comunismo con la capacità di addivenire a tutti i compromessi pratici necessari, di manovrare e di patteggiare, di procedere a zigzag, di ritirarsi e così via, per affrettare la realizzazione e il superamento del potere politico degli Henderson (degli eroi della II Internazionale, se non si vuole personalizzare, dei rappresentanti della democrazia piccolo-borghese che si proclamano socialisti); per affrettare la loro inevitabile bancarotta nella pratica, la quale educa le masse appunto secondo il nostro spirito, appunto nella direzione del comunismo; per affrettare gli inevitabili attriti, litigi, conflitti e la rottura completa fra gli Henderson, i Lloyd George, i Churchill (fra i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari, i cadetti e i monarchici; fra gli Scheidemann, la borghesia, i seguaci di Kapp, ecc.); per cogliere giustamente il momento del massimo scontro fra tutti questi “puntelli della sacra proprietà privata”, al fine di batterli tutti con un risoluto attacco del proletariato e conquistare il potere politico.

La storia in generale, la storia delle rivoluzioni in particolare, è sempre più ricca di contenuto, più varia, più multilaterale, più viva, più “astuta” di quanto immaginano anche i migliori partiti, le più coscienti avanguardie delle classi più avanzate. E ciò si comprende, giacché le migliori avanguardie rappresentano la coscienza, la volontà, le passioni, la fantasia di decine di migliaia di uomini; ma la rivoluzione viene attuata in un momento di slancio eccezionale e di eccezionale tensione di tutte le facoltà umane, viene attuata dalla coscienza, dalla volontà, dalle passioni, dalla fantasia di molte decine di milioni di uomini spronati dalla più aspra lotta di classe. Da qui discendono due importantissime conclusioni pratiche. La prima è che la classe rivoluzionaria, per adempiere al suo compito, deve imparare a padroneggiare tutte le forme o aspetti, senza la minima eccezione, dell’attività sociale (e condurre a termine, dopo la conquista del potere politico, e talvolta con grande rischio e grandissimo pericolo, l’apprendimento che non è riuscita a completare prima); la seconda è che la classe rivoluzionaria deve essere pronta alla sostituzione più rapida e inattesa di una forma con l’altra.

Tutti converranno che non è ragionevole ma anzi è perfino delittuosa la condotta di un esercito che non si prepara ad essere padrone di tutte le specie di armi, di tutti i mezzi e di tutti i metodi di lotta che il nemico ha o può avere. Ma ciò vale ancor più per la politica che per le cose militari. In politica sono ancora minori le possibilità di sapere in anticipo quale mezzo di lotta sarà utile e adatto per noi nelle varie circostanze future. Se non siamo padroni di tutti i mezzi di lotta, possiamo subire una sconfitta terribile - talvolta perfino decisiva - qualora mutamenti, indipendenti dalla nostra volontà, nella situazione delle altre classi, mettono all’ordine del giorno una forma di attività nella quale noi siamo particolarmente deboli. Se siamo padroni di tutti i mezzi di lotta, vinceremo sicuramente, giacché rappresentiamo gli interessi della classe effettivamente avanzata, effettivamente rivoluzionaria, anche se le circostanze non ci permetteranno di adoperare le armi più pericolose per il nemico, le armi che assestano con maggiore rapidità colpi mortali. Sovente i rivoluzionari inesperti pensano che i mezzi legali di lotta sono da opportunisti perché in questo campo la borghesia ha ingannato e beffato con maggiore frequenza gli operai (soprattutto nei periodi “pacifici”, non rivoluzionari) e che invece i mezzi illegali sono rivoluzionari. Ma non è vero. Quel che è vero è che i partiti e i capi i quali non sanno o non vogliono (non dite: non posso, dite: non voglio) adoperare i mezzi di lotta illegali in circostanze come quelle, per esempio, della guerra imperialista del 1914-1918, quando la borghesia dei paesi democratici più liberi ingannava gli operai con inaudita sfacciataggine e ferocia e impediva di dire la verità sul carattere brigantesco della guerra, sono opportunisti e traditori della classe operaia. Ma i rivoluzionari che non sanno combinare le forme illegali di lotta con tutte le forme legali, sono pessimi rivoluzionari. Non è difficile essere un rivoluzionario quando la rivoluzione è già scoppiata e divampa, quando tutti aderiscono alla rivoluzione, per una semplice inclinazione, per moda, talvolta anche per ragioni di carriera personale. Poi, dopo la vittoria, il proletariato si deve “liberare” da questi pseudo- rivoluzionari a costo di fatiche durissime, di sofferenze, si può dire di veri martirii. È cosa molto più difficile - e molto più preziosa - saper essere rivoluzionari quando non esistono ancora le condizioni per una lotta diretta, aperta, effettivamente di massa, effettivamente rivoluzionaria; saper propugnare gli interessi della rivoluzione (con la propaganda, con l’agitazione, con l’organizzazione) nelle istituzioni non rivoluzionarie, sovente addirittura reazionarie, in un ambiente non rivoluzionario, fra una massa incapace di comprendere subito la necessità del metodo rivoluzionario di azione. Saper cercare, trovare, determinare giustamente una via concreta o una particolare svolta degli avvenimenti che avvicini la masse all’ultima, grande lotta rivoluzionaria effettiva e decisiva: questo è il compito principale del comunismo in Europa Occidentale e in America.

Un esempio: l’Inghilterra. Noi non possiamo sapere - e nessuno è in grado di dire in anticipo - quanto sia prossimo il momento nel quale una vera e propria rivoluzione proletaria divamperà in Inghilterra, e quale sarà il motivo che più di tutti risveglierà, infiammerà e spingerà alla battaglia le grandi masse, oggi ancora assopite. Siamo perciò costretti a condurre tutto il nostro lavoro preparatorio in modo da essere ben ferrati da tutte e quattro le zampe (come diceva volentieri il defunto Plekhanov, quando era ancora marxista e rivoluzionario). È possibile che “apra la breccia”, “rompa il ghiaccio” una crisi parlamentare, oppure una crisi scaturita dalle inestricabili contraddizioni coloniali e imperialiste che sempre più si accumulano e si acuiscono dolorosamente, oppure un qualsiasi altro caso, ecc. Noi non parliamo del carattere della lotta che deciderà le sorti della rivoluzione proletaria in Inghilterra (questa questione non suscita dubbi in nessun comunista; essa per noi tutti è risolta, e risolta con fermezza). Quello di cui parliamo è il motivo che spingerà le masse proletarie, oggi ancora assopite, a mettersi in moto, e che le condurrà sino alla soglia della rivoluzione. Non dimentichiamo che, per esempio, nella repubblica borghese francese, in una situazione la quale, dal punto di vista internazionale e dal punto di vista interno, era cento volte meno rivoluzionaria di quella odierna, bastò un motivo “inatteso”, “piccolo”, come una delle mille e mille azioni disoneste del militarismo reazionario (l’affare Dreyfus), per portare il popolo a un passo dalla guerra civile!

I comunisti in Inghilterra devono utilizzare continuamente, con costanza, con fermezza, le elezioni al Parlamento e tutte le peripezie della politica irlandese, coloniale, imperialista su scala mondiale del governo britannico, e tutti gli altri campi, le altre sfere, gli altri lati della vita sociale, e lavorare dappertutto in modo nuovo, alla maniera comunista, non nello spirito della II, ma in quello della III Internazionale. Mancano qui il tempo e lo spazio per descrivere i metodi della partecipazione “russa”, “bolscevica” alle elezioni parlamentari e alla lotta parlamentare, ma posso assicurare i comunisti stranieri che quella nostra partecipazione non assomigliava affatto alle solite campagne parlamentari dell’Europa occidentale. Di qui si trae spesso la conclusione seguente: “Sta bene, da voi, in Russia, le cose andavano così, ma da noi il parlamentarismo è diverso”. Questa conclusione è sbagliata. I comunisti, i fautori della III Internazionale in tutti i paesi, sono al mondo appunto per trasformare su tutta la linea, in tutti i campi della vita, il vecchio lavoro socialista, tradunionista, sindacalista, parlamentare, in un nuovo lavoro, in un lavoro comunista. Le manifestazioni opportuniste, schiettamente borghesi, i casi di affarismo e di truffa capitalista abbondavano anche nelle nostre elezioni. I comunisti in Europa Occidentale e in America devono imparare a creare un parlamentarismo nuovo, diverso da quello abituale, non opportunista, non carrierista: il partito dei comunisti lanci le sue parole d’ordine; i veri proletari, con l’aiuto della povera gente non organizzata e completamente schiacciata, diffondano e distribuiscano dei manifestini, visitino le abitazioni degli operai, facciano il giro delle capanne dei proletari agricoli e dei casolari sperduti dei contadini (per fortuna in Europa i villaggi sperduti sono molto meno numerosi che da noi e in Inghilterra ve ne sono pochissimi), penetrino nelle osterie più popolari, si introducano nei sindacati, nelle società, nelle adunanze occasionali più schiettamente popolari, parlino al popolo, non come dei dotti (e non in forma troppo parlamentare), non diano per nulla la caccia al “posticino” in Parlamento, ma sveglino dappertutto il pensiero, attraggano le masse, prendano in parola la borghesia, utilizzino l’apparato da essa creato, le elezioni da essa indette, gli appelli da essa rivolti a tutto il  popolo, facciano conoscere il bolscevismo al popolo come non si è mai riusciti a farlo conoscere qui da noi (sotto il dominio della borghesia) se non nei periodi elettorali (eccezione fatta, si intende, nel periodo dei grandi scioperi, durante i quali questo identico apparato per l’agitazione fra tutto il popolo lavorava da noi con una intensità ancor maggiore). Far questo in Europa Occidentale e in America è cosa molto difficile, difficilissima, ma si può e si deve farlo, poiché, in generale, i compiti del comunismo non possono venire adempiuti senza fatica. Bisogna faticare per adempiere i compiti pratici, sempre più multiformi, sempre più collegati con tutti i rami della vita sociale, strappando un ramo dopo l’altro, un campo dopo l’altro dalle mani della borghesia.

Nella stessa Inghilterra bisogna anche impostare in maniera nuova (non alla maniera socialista, ma alla maniera comunista, non alla maniera riformista, ma alla maniera rivoluzionaria) il lavoro di propaganda, di agitazione, di organizzazione nell’esercito e fra le nazionalità oppresse e menomate dei loro diritti in seno al “proprio” Stato (Irlanda, colonie). Perché in tutti questi campi della vita sociale, nell’epoca dell’imperialismo in generale e sopratutto dopo la guerra, che ha estenuato i popoli e ha aperto loro rapidamente gli occhi alla verità (e precisamente a questa: che decine di milioni di uomini sono stati uccisi e mutilati soltanto per decidere se dovevano essere i predoni inglesi o quelli tedeschi a spogliare una maggior numero di paesi), in tutti questi campi si accumulano in grande quantità materie infiammabili e si crea un numero particolarmente grande di motivi di conflitti, di crisi, di inasprimento della lotta di classe. Noi non sappiamo, né possiamo sapere quale scintilla - fra le innumerevoli scintille che ora si sprigionano in tutti i paesi sotto l’influsso della crisi economica e politica mondiale - sarà in grado di far scoppiare l’incendio, nel senso di un risveglio eccezionale delle masse, e abbiamo quindi l’obbligo di consacrarci, con i nostri principi nuovi, comunisti, a “lavorare” in tutti i campi, di qualsiasi genere, anche nei più vecchi, nei più rancidi e apparentemente infecondi, perché altrimenti non saremo all’altezza del compito, non saremo poliedrici, non saremo padroni di tutte le specie di armi, non ci prepareremo né alla vittoria sulla borghesia (che ha organizzato in modo borghese - e ora disorganizza - tutti i campi della vita pubblica), né alla imminente riorganizzazione comunista di tutta la vita dopo questa vittoria.

Dopo la rivoluzione proletaria in Russia e le vittorie inattese - per la borghesia e per le persone perbene - riportate da questa rivoluzione su scala internazionale, il mondo intero è oggi cambiato, e anche la borghesia è cambiata dappertutto. Essa è impaurita dal “bolscevismo”, è furibonda contro di esso fin quasi alla follia e, appunto per questo, da una parte affretta lo sviluppo degli avvenimenti e, dall’altra, rivolge tutta la sua attenzione al soffocamento violento del bolscevismo, indebolendo, con ciò stesso, le proprie posizioni in un buon numero di altri campi. Di ambedue queste circostanze i comunisti di tutti i paesi progrediti devono tener conto nella loro tattica.

Quando i cadetti russi e Kerenski scatenarono una caccia feroce contro i bolscevichi - specialmente nell’aprile 1917 e ancor più nel giugno e nel luglio 1917 - essi “passarono la misura”. Milioni di copie di giornali borghesi che urlavano su tutti i toni contro i bolscevichi, contribuivano a spingere le masse a dare il loro giudizio sul bolscevismo, e ciò mentre, oltre alla stampa, tutta la vita pubblica, proprio grazie allo “zelo” della borghesia, echeggiava di discussioni intorno al bolscevismo. Oggi, su scala internazionale, i milionari di tutti i paesi si comportano in modo tale che noi dobbiamo essere loro grati di tutto cuore. Essi perseguitano il bolscevismo con lo stesso zelo col quale lo perseguitavano Kerenski e compagni; anche essi “passano la misura” e ci aiutano così come Kerenski ci ha aiutati. Quando la borghesia francese mette il bolscevismo al centro della sua agitazione elettorale e accusa di bolscevismo dei socialisti relativamente moderati o tentennanti; quando la borghesia USA perdendo completamente la testa, imprigiona migliaia e migliaia di persone per sospetto di bolscevismo e crea un’atmosfera di panico, diffondendo dappertutto notizie di congiure bolsceviche; quando la borghesia inglese, la borghesia più “solida” del mondo, malgrado tutta la sua prudenza, la sua esperienza, commette incredibili sciocchezze, fonda ricchissime “società per la lotta contro il bolscevismo”, crea una letteratura speciale sul bolscevismo, recluta per la lotta contro il bolscevismo un numero supplementare di dotti, di agitatori, di preti, noi dobbiamo inchinarci e ringraziare i signori capitalisti. Essi lavorano per  noi. Essi ci aiutano a interessare le masse alle questioni dell’essenza e del significato del bolscevismo. E non possono fare diversamente, perché ormai non sono riusciti a “passare sotto silenzio”, a soffocare il bolscevismo.

Ma, nello stesso tempo, la borghesia vede quasi uno solo dei lati del bolscevismo: l’insurrezione, la violenza, il terrore; e perciò la borghesia si sforza di prepararsi particolarmente alla difesa e alla resistenza in questo campo. È possibile che in singoli casi, in singoli paesi, per un breve periodo di tempo essa vi riesca: bisogna tener conto di questa eventualità e non c’è proprio nulla di terribile per noi se essa ci riuscirà. Il comunismo “prorompe” vigorosamente da tutti i lati della vita pubblica; i suoi germi si trovano dappertutto; l’“infezione” (per impiegare l’espressione preferita dalla borghesia e dalla polizia borghese e il paragone che ad esse è più “gradito”) è penetrata fortemente nell’organismo e lo ha impregnato tutto. “Ostruita” con particolare diligenza un’uscita, l’“infezione” se ne trova un’altra, magari la più inattesa. La vita fa valere i suoi diritti. La borghesia può dibattersi, infuriarsi fino alla follia, può esagerare, può commettere sciocchezze, può vendicarsi anticipatamente dei bolscevichi e ammazzare a centinaia, a migliaia, a centinaia di migliaia i bolscevichi di ieri e di domani (in India, in Ungheria, in Germania, ecc.). Con questo suo modo di agire, la borghesia fa ciò che fecero nel passato tutte le classi condannate a morte dalla storia. I comunisti devono sapere che, in ogni caso, l’avvenire appartiene loro, e quindi noi possiamo (e dobbiamo) unire alla massima passione nella grande lotta rivoluzionaria, la valutazione più fredda e spassionata dei furiosi soprassalti della borghesia. La rivoluzione russa fu crudelmente battuta nel 1905; i bolscevichi russi furono sconfitti nel luglio 1917; più di 15 mila comunisti tedeschi furono uccisi mediante l’abile provocazione e le astute manovre di Scheidemann e di Noske, in combutta con la borghesia e i generali monarchici; in Finlandia e in Ungheria infuria il terrore bianco. Ma in tutti i casi e in tutti i paesi, il comunismo si tempra e cresce sempre; le sue radici sono così profonde che le persecuzioni non lo indeboliscono, non lo spossano, ma lo rafforzano. Per avviarci più sicuri e più saldi alla vittoria, ci manca una cosa sola: e cioè che tutti i comunisti di tutti i paesi acquistino la coscienza meditata a fondo della necessità di essere quanto più possibile flessibili nella loro tattica. Al comunismo che si sviluppa rigogliosamente, specialmente nei paesi più progrediti, manca ora questa coscienza e la capacità di applicarla nella pratica.

Un utile insegnamento potrebbe (e dovrebbe) essere ciò che è avvenuto con i capi della II Internazionale, con dei marxisti così sapienti e così devoti al socialismo, come Kautsky, Otto Bauer e altri. Essi erano pienamente coscienti della necessità di una tattica flessibile, avevano studiato e insegnato agli altri la dialettica marxista (e molto di quanto essi hanno fatto a questo riguardo rimarrà per sempre prezioso patrimonio della letteratura socialista); ma nell’applicazione di questa dialettica hanno commesso un tale errore, ovvero nella pratica si sono dimostrati così non dialettici, si sono dimostrati così incapaci di valutare il rapido mutare delle forme e il rapido riversarsi nelle vecchie forme di un nuovo contenuto, che la loro sorte non è molto più invidiabile della sorte di Hyndman, di Guesde, di Plekhanov. La causa principale della loro bancarotta sta nel fatto che essi “sono rimasti in contemplazione” di una determinata forma di sviluppo del movimento operaio e del socialismo [quella che era stata principale nel periodo della II Internazionale, della raccolta e accumulazione paziente, quotidiana e ordinata delle forze], hanno dimenticato che questa forma è unilaterale, hanno avuto paura di assistere alla brusca svolta che era divenuta inevitabile a causa della condizioni oggettive, e hanno continuato a ripetere verità semplici e risapute, a prima vista incontestabili: tre è maggiore di due. Ma la politica assomiglia più all’algebra che all’aritmetica e più ancora alla matematica superiore che alla matematica elementare. In realtà, tutte le vecchie forme del movimento socialista si erano impregnate di un nuovo contenuto; davanti alle cifre era perciò comparso un nuovo segno: il “meno”. Ma i nostri sapientoni continuavano (e continuano tuttora) ad affermare a sé e agli altri che -3 è più di -2.

Bisogna sforzarsi di evitare che i comunisti ripetano benché in un altro senso gli stessi errori; o meglio, bisogna sforzarsi di correggere più presto e di superare più rapidamente, senza nuocere all’organismo, lo stesso errore, ma in direzione opposta, quello che i comunisti “di sinistra” commettono. È un errore anche il dottrinarismo di sinistra e non  soltanto il dottrinarismo di destra. Naturalmente, l’errore del dottrinarismo di sinistra nel comunismo è in questo momento mille volte meno pericoloso e meno importante dell’errore del dottrinarismo di destra (cioè del social-sciovinismo e del kautskismo); ma è meno pericoloso soltanto perché il comunismo di sinistra è una corrente molto giovane, appena nata. Soltanto per questo la malattia, date certe condizioni, può essere facilmente curata; ed è necessario intraprendere questa cura con la massima energia.

Le vecchie forme [della lotta tra le classi] sono crollate, perché il nuovo contenuto - contenuto antiproletario e reazionario - ha raggiunto uno sviluppo smisurato. Oggi, dal punto di vista dello sviluppo del comunismo internazionale, il nostro lavoro (per il potere sovietico e per la dittatura del proletariato) ha un contenuto così saldo, così forte, così potente che può e deve manifestarsi in qualsiasi forma, nelle nuove come nelle vecchie forme, che può e deve rinnovare, vincere, subordinare a sé tutte le forme, non soltanto le nuove, ma anche le vecchie; non già per riconciliarsi col passato, ma per trasformare tutte le più svariate forme, le vecchie come le nuove, in strumenti della vittoria piena e definitiva, decisiva e irrevocabile del comunismo.

I comunisti devono fare tutti gli sforzi per incanalare il movimento operaio e lo sviluppo sociale in genere, per la via più diretta e più rapida, verso la vittoria mondiale del potere sovietico e verso la dittatura del proletariato. È un verità incontestabile. Ma basta fare ancora un piccolo passo oltre - anche se sembra un passo nella medesima direzione - perché la verità si cambi in errore. Basta dire, come dicono i comunisti “di sinistra” tedeschi e inglesi, che noi riconosciamo soltanto una via, quella dritta, che non ammettiamo nessun destreggiamento, nessun accordo, nessun compromesso, e questo è già un errore capace di recare, e che in parte ha già recato e reca, un gravissimo danno al comunismo. Il dottrinarismo di destra si è impantanato a riconoscere soltanto le vecchie forme, e il suo fallimento è stato completo perché non ha notato il nuovo contenuto. Il dottrinarismo di sinistra si impunta nella negazione assoluta di determinate vecchie forme, e non vede che il nuovo contenuto si apre la strada attraverso ogni e qualsiasi forma, che il nostro dovere, come comunisti, è quello di acquistare la padronanza di tutte le forme, di apprendere a completare, con la massima rapidità, una forma per mezzo dell’altra, a sostituire una forma con l’altra, ad adattare la nostra tattica a qualsiasi cambiamento che non sia causato dalla nostra classe né dai nostri sforzi.

La rivoluzione mondiale è spinta avanti e così potentemente accelerata dagli orrori, dalle infamie, dalle turpitudini della guerra imperialista mondiale e dalla mancanza di ogni via di uscita dalla situazione che essa ha creata; questa rivoluzione si sviluppa in estensione e in profondità con tale magnifica rapidità, con così meravigliosa ricchezza di forme che si avvicendano, con così edificante confutazione pratica di ogni dottrinarismo, che vi sono tutte le ragioni per sperare in una sollecita e perfetta guarigione del movimento comunista internazionale dalla malattia infantile del comunismo “di sinistra”.

 

* ** *** ** *

APPENDICE

12 maggio 1920

Prima che le case editrici del nostro paese riuscissero a pubblicare il mio opuscolo (gli imperialisti di tutto il mondo, per vendicarsi della rivoluzione proletaria, hanno depredato e continuano a depredare il nostro paese e a mantenere il blocco nonostante tutte le promesse fatte ai loro operai), sono giunti dall’estero dei documenti complementari. Pur non pretendendo affatto di dare nel mio opuscolo altro che i rapidi appunti di un pubblicista, voglio toccare brevemente alcuni punti.

 

I. La scissione dei comunisti tedeschi

La scissione dei comunisti in Germania è divenuta una realtà. I “sinistri” o “opposizione di principio” hanno formato un loro Partito operaio comunista distinto dal Partito comunista. In Italia, a quanto sembra, si va pure verso la scissione: dico a quanto sembra perché ho soltanto qualche numero nuovo (i numeri 7 e 8) del periodico di sinistra Il soviet in cui viene apertamente discussa la possibilità e la necessità della scissione, e si parla di una conferenza della frazione degli “astensionisti” (o boicottisti, cioè degli avversari della partecipazione al Parlamento), la quale, fino ad ora, fa parte del Partito socialista italiano.

C’è da temere che la scissione [dei comunisti] dai “sinistri”, dagli antiparlamentari (che sono in parte anche antipolitici, avversari del partito politico e del lavoro nei sindacati), diventi fenomeno internazionale, simile alla scissione dai “centristi” (o kautskiani, longuettisti, “indipendenti”, ecc.). E sia. La scissione è in ogni caso preferibile alla confusione, che è di ostacolo allo sviluppo ideologico, teorico e rivoluzionario del partito, alla maturazione del partito e al suo lavoro pratico, concorde, realmente organizzato che prepara realmente la dittatura del proletariato.

I “sinistri” si mettano dunque praticamente alla prova, su scala nazionale e internazionale, provino a preparare la dittatura del proletariato (e poi ad attuarla) senza un partito rigorosamente centralizzato e sottoposto a una ferrea disciplina, senza la capacità di dominare tutti i campi, tutti i rami, tutte le svariate forme del lavoro politico e culturale. L’esperienza pratica li istruirà ben presto.

Bisogna soltanto tendere tutte le energie affinché la scissione coi “sinistri” non ostacoli, od ostacoli il meno possibile, la fusione in un solo partito - che è necessaria ed è inevitabile in un non lontano avvenire - di tutti i militanti del movimento operaio che sono sinceramente e onestamente per il potere sovietico e per la dittatura del proletariato. In Russia, la grande fortuna dei bolscevichi fu che essi ebbero quindici anni di tempo per condurre una lotta sistematica e a fondo sia contro i menscevichi (cioè contro gli opportunisti e i “centristi”), che contro i “sinistri”, molto prima della lotta immediata delle masse per la dittatura del proletariato. In Europa e in America bisogna ora compiere lo stesso lavoro a “tappe forzate”. Le singole persone, soprattutto gli sfortunati aspiranti capi, possono (se fa loro difetto la disciplina proletaria e l’onestà verso se stessi) persistere a lungo nei loro errori; ma quando il momento sarà maturo, le masse operaie si uniranno, e uniranno rapidamente e facilmente tutti i comunisti sinceri in un solo partito atto a istaurare il regime sovietico e la dittatura del proletariato. *[Sul problema della futura fusione dei comunisti “di sinistra”, degli antiparlamentaristi con i comunisti in genere, desidero ancora rilevare quanto segue. Nella misura in cui sono riuscito a esaminare i giornali dei comunisti “di sinistra” e dei comunisti in genere in Germania, osservo che i primi hanno sui secondi il vantaggio di saper meglio condurre l’agitazione tra le masse. Qualcosa di analogo avevo già più d’una volta riscontrato - ma in proporzioni minori e in singole organizzazioni locali, non su scala nazionale - nella storia del partito bolscevico. Per esempio, negli anni 1907-1908 i bolscevichi “di sinistra” svolgevano talvolta e in alcune località l’agitazione tra le masse con maggiore efficacia di noi. Questo si spiega in parte col fatto che, in un momento rivoluzionario o quando i ricordi della rivoluzione sono ancora vivi, è più facile accostarsi alle masse con la tattica della  “semplice” negazione. Ma questo non è ancora un argomento a sostegno della validità di questa tattica. In ogni caso è assolutamente indubbio che un partito comunista, il quale voglia essere di fatto l’avanguardia, il reparto avanzato della classe rivoluzionaria, del proletariato, e inoltre voglia imparare a dirigere le grandi masse, non soltanto proletarie, ma anche non proletarie, dei lavoratori e degli sfruttati, ha l’obbligo di saper fare la propaganda, di saper organizzare e fare agitazione nel modo più accessibile, più intelligibile, più chiaro e vivace sia nei “sobborghi” industriali che nelle campagne.]*

 

II. I comunisti e gli “indipendenti” in Germania

Nel mio opuscolo ho espresso l’opinione che un compromesso fra i comunisti e l’ala sinistra degli “indipendenti” è necessario e utile al comunismo, ma che non sarà facile realizzarlo. I giornali che sono pervenuti in seguito hanno confermato l’una cosa e l’altra. Il numero 32 (26 marzo 1920) di Bandiera rossa [Die Rote Fahne], organo centrale del Partito comunista di Germania (Lega Spartaco) contiene una “dichiarazione” del Comitato centrale di questo partito in merito al “putsch” militare (colpo di mano, avventura) di Kapp e Lüttwitz e al “governo socialista”. Questa dichiarazione è perfettamente giusta, sia dal punto di vista della premessa fondamentale che dal punto di vista della conclusione pratica. La premessa fondamentale si riduce a constatare che in questo momento manca la “base obiettiva” per la dittatura del proletariato, perché "nelle città la maggioranza degli operai segue gli Indipendenti”. Conclusione: si promette una "leale opposizione" al governo socialista (cioè si rinuncia a prepararne l’“abbattimento violento”) "purché da esso siano esclusi i partiti capitalisti borghesi".

Questa tattica è senza dubbio fondamentalmente giusta. Ma se non è il caso di fermarsi sulle piccole inesattezze di formulazione, non è però lecito passare sotto silenzio che (in una dichiarazione ufficiale del partito comunista) non si può chiamare governo “socialista” un governo di socialtraditori, che non si può parlare di escludere “i partiti capitalisti borghesi” dato che i partiti sia degli Scheidemann che dei signori Kautsky e Crispien sono partiti democratici piccolo-borghesi e che non si possono scrivere cose come quelle che si leggono nel paragrafo 4 della dichiarazione. Questo dice: “... Una situazione nella quale la libertà politica può essere utilizzata senza limitazioni e nella quale la democrazia borghese non può agire come dittatura del capitale è, dal punto di vista dello sviluppo verso la dittatura del proletariato, della massima importanza per la futura conquista delle masse proletarie alla causa del comunismo...”.

Una situazione simile è impossibile. I capi piccolo-borghesi, gli Henderson tedeschi (gli Scheidemann) e gli Snowden tedeschi (i Crispien) non escono e non possono uscire dai limiti della democrazia borghese che a sua volta non può non essere dittatura del capitale. Per il risultato pratico che il Comitato centrale del Partito comunista, del tutto giustamente, cerca di conseguire, non era affatto necessario scrivere queste cose, sbagliate dal punto di vista dei principi e dannose politicamente. Bastava dire (volendo essere parlamentarmente cortesi): finché la maggioranza degli operai delle città segue gli Indipendenti, noi comunisti non possiamo impedire a questi operai di liberarsi dalle loro ultime illusioni democratiche, piccolo-borghesi (cioè anche “capitaliste borghesi”), per mezzo dell’esperienza che faranno con il “loro” governo. Ciò era sufficiente per giustificare un compromesso che è veramente necessario e che deve consistere nel rinunciare, per un certo periodo di tempo, al tentativo di abbattere con la violenza il governo nel quale la maggioranza degli operai delle città ha fiducia. Ma nell’agitazione quotidiana, di massa, che non è limitata dalla cornice della cortesia ufficiale, parlamentare, si può senza dubbio aggiungere: lasciamo che i furfanti della specie degli Scheidemann e le “persone perbene”, i filistei della specie dei Kautsky e dei Crispien svelino nella pratica fino a che punto si sono ingannati loro stessi e fino a che punto ingannano gli operai. Il loro governo “puro” compirà nel modo “più puro” quest’opera di “purificazione” delle “stalle di Augia” del socialismo, della socialdemocrazia e delle altre varietà del socialtradimento.

La vera natura dei capi odierni del Partito socialdemocratico indipendente della Germania (quei capi, dei quali si dice  a torto che hanno già perduto ogni influenza mentre in realtà per il proletariato sono ancor più pericolosi dei socialdemocratici ungheresi, che si dicevano comunisti e promettevano “appoggio” alla dittatura del proletariato) si è rivelata, ancora una volta, durante l’avventura korniloviana tedesca, cioè durante il "putsch" dei signori Kapp e Lüttwitz. *[La cosa è stata spiegata in modo nitido, incisivo, preciso, veramente marxista, tra l'altro nell'eccellente giornale del partito comunista austriaco Die Rote Fahne (Wien, 28 e 30 marzo 1920, nn. 266-267) da L.L., Ein neuer Abschnitt der deutschen Revolution]*. Un’illustrazione piccola, ma lampante, di questo fatto ci è data dall’articoletto Ore decisive di Karl Kautsky comparso su Libertà (organo degli Indipendenti) del 30 marzo 1920 e dall’articolo Sulla situazione politica di Arthur Crispien su Libertà del 14 aprile 1920. Questi signori non possono assolutamente pensare e ragionare come dei rivoluzionari. Sono dei democratici piccolo-borghesi piagnucolosi, mille volte più pericolosi per il proletariato quando si dichiarano partigiani del potere dei Soviet e della dittatura del proletariato, perché in realtà, in ogni ora difficile e pericolosa, consumeranno immancabilmente un tradimento... restando “sincerissimamente” convinti di aiutare il proletariato! Anche i socialdemocratici ungheresi, ribattezzatisi col nome di comunisti, volevano “aiutare” il proletariato quando, per vigliaccheria e mancanza di carattere, tennero per disperata la situazione del potere dei Soviet in Ungheria e si misero a piagnucolare davanti agli agenti dei capitalisti dell’Intesa e davanti ai carnefici dell’Intesa.

 

III. Turati e compagnia in Italia

I numeri sopra citati del giornale italiano Il soviet confermano pienamente ciò che ho detto nel mio opuscolo a proposito degli errori del Partito socialista italiano, che tollera nelle sue file simili membri e perfino un simile gruppo di parlamentari. Ciò è confermato ancor meglio da un testimone estraneo, quale il corrispondente romano del giornale inglese borghese liberale The Manchester Guardian che pubblica, nel n. 12 del marzo 1920, una sua intervista con Turati: “... Il signor Turati - scrive questo corrispondente - pensa che il pericolo rivoluzionario non è tale da provocare in Italia timori: essi sarebbero infondati. I massimalisti giocano col fuoco delle teorie sovietiche soltanto per mantenere le masse in uno stato di tensione e di eccitazione. Queste teorie sono tuttavia concezioni puramente leggendarie, programmi immaturi, che non servono per alcun uso pratico. Sono buone soltanto per tenere le masse lavoratrici in uno stato di attesa. Perfino coloro che le adoperano per adescare, per abbagliare il proletariato, si vedono costretti a condurre una lotta quotidiana per conquistare qualche miglioramento economico, spesso insignificante, al fine di allontanare il momento in cui le masse lavoratrici perderanno le loro illusioni e la fede nei loro miti preferiti. Di qui il lungo periodo di scioperi di tutte le dimensioni e per i più svariati motivi, fino agli ultimi scioperi degli impiegati postali e dei ferrovieri, scioperi che hanno reso ancor più grave la già difficile situazione del paese. Il paese è irritato a causa delle difficoltà connesse col problema adriatico, è schiacciato dal suo debito estero, dall’eccessiva emissione di carta moneta, tuttavia è ancor lontano dall’essere consapevole della necessità di imporsi quella disciplina del lavoro che sola è in grado di ristabilire l’ordine e la prosperità...”.

È chiaro come il sole che il corrispondente del giornale inglese, nella sua chiacchierata, si è lasciato sfuggire una verità che, verosimilmente, in Italia viene mascherata e travestita dallo stesso Turati e dai suoi difensori, complici e ispiratori borghesi. La verità è che le idee e il lavoro politico dei signori Turati, Treves, Modigliani, Dugoni e soci sono effettivamente e precisamente quali li rappresenta il corrispondente inglese. Questo è vero e proprio socialtradimento. Che cosa vale la sola difesa dell’ordine e della disciplina per gli operai che si trovano nella schiavitù del salario, che lavorano per il profitto dei capitalisti! E come li conosciamo bene, noi russi, tutti questi discorsi menscevichi! Quanto è prezioso il riconoscimento che le masse sono per il potere dei Soviet! Quanto è ottusa e trivialmente borghese l’incomprensione della funzione rivoluzionaria degli scioperi di massa che crescono spontaneamente! Sì, il corrispondente del giornale liberale borghese inglese ha reso un pessimo servizio ai signori Turati e soci e ha confermato nel modo migliore che Bordiga e i suoi amici del giornale Il soviet hanno ragione di esigere che il Partito  socialista italiano, se vuole essere realmente per la III Internazionale, scacci dalle sue file, con ignominia, i signori Turati e soci e diventi un partito comunista, sia per il suo nome sia per le sue azioni.

 

IV. Conclusioni sbagliate da giuste premesse

Ma Bordiga e i suoi amici “di sinistra”, dalla loro giusta critica contro i signori Turati e soci, traggono la conclusione sbagliata che ogni partecipazione al Parlamento è per principio dannosa. I “sinistri” italiani non possono addurre neppure l’ombra di un argomento serio in favore di questa opinione. Essi ignorano semplicemente (o cercano di dimenticare) gli esempi internazionali di una utilizzazione dei Parlamenti borghesi effettivamente rivoluzionaria e comunista, incontestabilmente utile alla preparazione della rivoluzione proletaria. Essi non immaginano neppure una “nuova” utilizzazione del parlamentarismo e continuano a strepitare, ripetendosi senza fine, a proposito della utilizzazione “vecchia”, non bolscevica, del parlamentarismo.

In ciò sta appunto il loro errore fondamentale. Non soltanto nel campo parlamentare, ma in tutti i campi di attività, il comunismo deve introdurre (e non vi riuscirà senza un lungo e perseverante, tenace lavoro) ciò che vi è di nuovo dal punto di vista dei principi, ciò che rompe radicalmente con le tradizioni della II Internazionale (conservando e sviluppando al tempo stesso ciò che la II Internazionale ha dato di buono).

Prendiamo pure, ad esempio l’attività giornalistica. Giornali, opuscoli, manifesti compiono un lavoro necessario di propaganda, di agitazione, di organizzazione. In un paese più o meno civile, nessun movimento di massa può fare a meno di un apparato giornalistico. E nessuno strepito contro i “capi”, nessun giuramento di serbare immuni le masse dalle influenze dei capi potrà liberarci dalla necessità di utilizzare, per questo lavoro, delle persone che provengono da ambienti intellettuali borghesi né potrà liberarci dall’ambiente, dall’atmosfera della democrazia borghese, della proprietà privata in cui questo lavoro è compiuto in regime capitalista. Due anni e mezzo dopo l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere politico da parte del proletariato, vediamo ancora intorno a noi questa atmosfera, questo ambiente di rapporti democratico-borghesi, di proprietà privata tra le masse (fra i contadini e gli artigiani).

Il parlamentarismo è una forma di lavoro, il giornalismo un’altra. Il contenuto può in ambedue essere comunista e deve essere comunista, se coloro che lavorano nell’uno e nell’altro campo sono veramente comunisti, sono veramente membri del partito proletario di massa. Ma nell’uno e nell’altro campo - e in qualsiasi sfera di lavoro in regime capitalista e durante la transizione dal capitalismo al socialismo - è impossibile evitare quelle difficoltà, quei compiti particolari che il proletariato deve superare e risolvere per utilizzare, ai propri fini, le persone provenienti dall’ambiente borghese, per vincere i pregiudizi e le influenze intellettuali borghesi, per fiaccare la resistenza dell’ambiente piccolo-borghese (e in seguito trasformarlo completamente).

Prima della guerra del 1914-1918 non abbiamo forse visto in tutti i paesi una straordinaria abbondanza di esempi, in cui anarchici, sindacalisti e simili ultra “sinistri” fulminavano il parlamentarismo, schernivano i parlamentari socialisti trivialmente imborghesiti, ne staffilavano crudelmente il carrierismo, ecc., ecc., - mentre loro stessi, per mezzo del giornalismo, per mezzo del lavoro nei sindacati facevano la stessa carriera borghese? Non sono forse tipici gli esempi dei signori Jouhaux e Merrheim, per limitarci alla Francia?

La puerilità della “negazione” della partecipazione al Parlamento sta appunto nel credere di “risolvere”, in questo modo “semplice”, “facile” e pseudorivoluzionario il difficile problema della lotta contro le influenze democratico-borghesi in seno al movimento operaio, mentre in realtà si fugge soltanto la propria ombra, si chiudono soltanto gli occhi davanti alla difficoltà e si cerca soltanto di liberarsene con delle parole. Il carrierismo più sfacciato, l’utilizzazione borghese dei comodi posticini parlamentari, la contraffazione sfacciatamente riformista del lavoro parlamentare, il volgare consuetudinarismo piccolo-borghese - tutti questi sono, senza dubbio, tratti caratteristici abituali e prevalenti che il capitalismo genera dovunque e non soltanto fuori, ma anche in seno al movimento operaio. Ma il capitalismo e  l’ambiente borghese da esso creato (che perfino dopo l’abbattimento della borghesia scompare soltanto con molta lentezza perché i contadini [i lavoratori autonomi] riproducono sempre la borghesia) producono, assolutamente in tutti i campi del lavoro e della vita, un carrierismo borghese, uno sciovinismo nazionalista, una grettezza piccolo-borghese, ecc. sostanzialmente identici e che differiscono solo per insignificanti varietà di forma.

Voi sembrate a voi stessi “terribilmente rivoluzionari”, cari astensionisti e antiparlamentaristi, ma in realtà vi siete spaventati per le difficoltà relativamente piccole della lotta contro le influenze borghesi in seno al movimento operaio, mentre la vostra vittoria - cioè l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere politico da parte del proletariato - creerà quelle stesse difficoltà in misura ancora maggiore, incommensurabilmente maggiore. Vi siete spaventati come bambini per una piccola difficoltà che oggi vi sta di fronte, e non capite che, domani o dopodomani, dovrete pure imparare, imparare a fondo, a vincere le stesse difficoltà, in proporzioni incommensurabilmente maggiori.

In regime sovietico, un numero ancor maggiore di intellettuali borghesi si infiltreranno nel vostro e nel nostro partito proletario. Essi si insinueranno nei Soviet, nei tribunali e nell’amministrazione, perché il comunismo non si può fondare se non con il materiale umano creato dal capitalismo, perché non si possono mettere al bando e annientare gli intellettuali borghesi ma bisogna vincerli, rifarli, trasformarli, rieducarli, così come si devono rieducare, nel corso di una lunga lotta, sul terreno della dittatura del proletariato, i proletari stessi che dai loro propri pregiudizi piccolo-borghesi non si liberano di punto in bianco, per miracolo, per ingiunzione della madonna e neppure per ingiunzione di una parola d’ordine, di una risoluzione, di un decreto, ma soltanto nel corso di una lotta di massa lunga e difficile contro le influenze piccolo-borghesi di massa. Nel regime dei Soviet questi stessi compiti, che ora gli antiparlamentari respingono così fieramente, così altezzosamente e con tanta leggerezza, così puerilmente con un gesto della mano, questi stessi compiti risorgono in seno ai Soviet, in seno all’amministrazione sovietica, fra i “difensori giudiziari” sovietici (in Russia noi abbiamo abolito l’avvocatura borghese, e abbiamo fatto bene; ma essa rinasce sotto il manto dei “difensori giudiziari sovietici” [Questi collegi di avvocati furono costituiti nel febbraio 1918 presso i Soviet dei deputati degli operai, dei soldati, dei contadini e dei cosacchi. Furono poi soppressi nell’ottobre 1920]). Fra gli ingegneri sovietici, fra i maestri sovietici, fra gli operai privilegiati, cioè più altamente qualificati e meglio trattati nelle fabbriche sovietiche, noi vediamo un costante risorgere di tutti, assolutamente tutti i tratti negativi che sono propri del parlamentarismo borghese, e soltanto per mezzo di una lotta ripetuta, instancabile, lunga, tenace dell’organizzazione e della disciplina proletarie noi vinceremo gradualmente questo male.

Certo, sotto il dominio della borghesia è molto “difficile” vincere le abitudini borghesi nel nostro partito, cioè nel partito operaio. È “difficile” cacciar via dal partito i soliti capi parlamentari - ai quali ci si è assuefatti - incurabilmente corrotti dai pregiudizi borghesi; è “difficile” sottomettere alla disciplina proletaria il gran numero di elementi provenienti dalla borghesia che ci sono assolutamente necessari (anche se in quantità strettamente limitata); è “difficile” creare in un Parlamento borghese un gruppo comunista perfettamente degno della classe operaia; è “difficile” ottenere che i parlamentari comunisti non si balocchino con i gingilli parlamentari borghesi, ma svolgano l’urgente lavoro di propaganda, di agitazione e di organizzazione tra le masse. Tutto ciò è “difficile”, non c’è dubbio; è stato difficile in Russia ed è incomparabilmente più difficile in Europa Occidentale e in America, dove la borghesia, la tradizione democratica borghese, ecc. sono molto più forti.

Ma tutte queste sono “difficoltà” veramente da bambini di fronte ai compiti, assolutamente dello stesso genere, che il proletariato dovrà inevitabilmente risolvere per vincere, durante la rivoluzione proletaria e dopo aver conquistato il potere politico. In confronto a tali compiti, realmente giganteschi, che si pongono durante la dittatura del proletariato, quando bisognerà rieducare milioni di contadini e di piccoli proprietari, centinaia di migliaia di impiegati, di funzionari, di intellettuali borghesi, subordinarli tutti allo Stato proletario e alla direzione proletaria, vincere le loro abitudini e tradizioni borghesi - in confronto a questi compiti giganteschi, è un gioco da bambini formare in regime borghese, in un  Parlamento borghese, un gruppo parlamentare effettivamente comunista di un vero partito proletario.

Se i compagni “di sinistra” e antiparlamentari non impareranno fin d’ora a superare nemmeno una difficoltà così piccola, si può dire con certezza che essi o non saranno in grado di instaurare la dittatura del proletariato e di subordinare a sé e di trasformare su grande scala gli intellettuali borghesi e le istituzioni borghesi, o dovranno completare in fretta la loro educazione, e con questa fretta recheranno danni immensi alla causa del proletariato, commetteranno un numero maggiore di errori, dimostreranno debolezza e incapacità superiori alla media, e così via.

Finché la borghesia non è abbattuta e finché, poi, non sono del tutto scomparse la piccola azienda e la piccola produzione di merci, fino ad allora l’ambiente borghese, le abitudini del proprietario, le tradizioni piccolo-borghesi danneggeranno il lavoro proletario, all’esterno come all’interno del movimento operaio, non soltanto nella sfera dell’attività parlamentare, ma inevitabilmente in tutti i campi dell’attività sociale, in tutti i campi, nessuno escluso, della politica e della cultura. Un gravissimo errore, che bisognerà poi sicuramente pagare caro, è il tentativo di respingere, di sottrarsi ora a uno di questi compiti o di queste difficoltà “sgradevoli” nell’uno o nell’altro campo di lavoro. Bisogna studiare e imparare a divenire padroni di tutti i campi di lavoro e di attività, senza eccezione, vincere tutte le difficoltà e tutte le consuetudini, le tradizioni, le abitudini borghesi dovunque e dappertutto. Una diversa impostazione della questione non è una cosa seria, è semplicemente puerile.

 

V. [Una correzione a proposito dei comunisti olandesi] (titolo redazionale La Voce)

Nell'edizione russa di questo opuscolo ho illustrato alquanto erro­neamente il comportamento del partito comunista d’Olanda nel suo insieme sul piano della politica rivoluzionaria internazionale. Approfitto quindi della presente occasione per pubblicare una lettera dei nostri compagni olandesi su questo problema e per sostituire l'espres­sione “tribunisti olandesi” da me usata nel testo russo con le parole: “alcuni membri del partito comunista d’Olanda”.

 

Lettera di Wijnkoop

Mosca, 30 giugno 1920.

Caro compagno Lenin, grazie alla vostra cortesia noi, membri della delegazione olandese al II congresso dell'Internazionale Comunista, abbiamo avuto la possibilità di esaminare il vostro libro L'“estremismo”, malattia infantile del comunismo prima che venisse pubblicato nelle lingue dell'Europa Occidentale. Nel vostro libro esprimete ripetutamente la vostra disapprovazione per la funzione svolta da alcuni membri del partito comunista d’Olanda nella politica internazionale.

Dobbiamo tuttavia protestare per il fatto che voi addossate al partito comunista la responsabilità degli atti di alcuni suoi membri. Si tratta di un'affermazione inesatta. Anzi, ingiusta, perché quei membri del partito comunista d’Olanda partecipano assai poco o non partecipano affatto all'attività quotidiana del nostro partito; essi tentano, direttamente o indirettamente, di far penetrare nel partito comunista parole d'ordine d'opposizione, contro le quali il partito comunista d’Olanda e tutti i suoi organi hanno condotto e continuano tuttora a condurre la lotta più energica.

Fraterni saluti (a nome della delegazione olandese)

D.I. Wijnkoop.