Comunicato CC 02/2026 - 23 gennaio 2026
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Ai promotori e ai partecipanti del forum “Dalle piazze all’alternativa” (24 gennaio, h.10 Nuovo Cinema Aquila - Roma)
Dalle lotte sindacali e rivendicative alla lotta per dare un nuovo indirizzo politico al nostro paese!
1) Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?
2) Ma se nel paese cresce una domanda di politica e indipendenza politica adeguata alla turbolenta e violenta fase storica che stiamo attraversando, le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema come possono e devono rispondere a tale esigenza? Come possono e devono individuare le forme della sedimentazione delle forze che si stanno esprimendo in questi mesi?
Sono i due temi/quesiti su cui Rete dei Comunisti chiama “le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema” a confrontarsi e discutere nel convegno dal titolo “Dalle piazze all’alternativa”.
Il (nuovo)PCI saluta positivamente l’iniziativa di Rete dei Comunisti, che individua e mette al centro una questione con cui deve fare i conti ogni organismo politico, sindacale, sociale deciso a invertire la rotta, a farla finita con la spirale distruttiva fatta di guerra, devastazione ambientale, miseria, repressione e abbrutimento in cui la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA, sionisti, europei e associati trascina il mondo intero: passare dal piano della lotta sindacale e rivendicativa, quindi nel nostro paese dalle lotte per chiedere al governo Meloni e alle autorità della Repubblica Pontificia misure a favore delle masse popolari o per impedire misure che peggiorano le condizioni delle masse, alla lotta per dare un nuovo indirizzo politico al paese.
Per le organizzazioni e gli esponenti del movimento comunista cosciente e organizzato, questa questione ha a che fare con il superamento da una parte della tara storica dell’economicismo, che insieme all’elettoralismo e al militarismo ha deviato i partiti comunisti dei paesi imperialisti dal loro compito storico di promotori e dirigenti della lotta per instaurare il socialismo, dall’altra della concezione della “rivoluzione che scoppia” da sé, per effetto dell’aggravarsi della miseria e del malcontento delle masse popolari. In sintesi ha a che fare con il superamento dei limiti a causa dei quali il movimento comunista non ha instaurato il socialismo nei paesi imperialisti nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria (1917-1976) suscitata in tutto il mondo dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Quanto al primo tema/quesito (la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?), Rete dei Comunisti constata che “c’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali ‘politici’ del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali. Il fatto che uno sciopero chiaramente ‘politico’ come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso”. Rete dei Comunisti riconosce che questo “processo di politicizzazione delle contraddizioni e dei conflitti” non è una cosa nuova e che “nel periodo successivo alla crisi del debito del 2011, questa tendenza si è più volte manifestata in forme anomale: dal populismo leghista al vaffa di Grillo, fino anche allo spirito rottamatore di Renzi”. Su questo è sicuramente necessario approfondire la discussione. Per tirare conclusioni pratiche coerenti, giuste, bisogna infatti arrivare a riconoscere anche
- che la “politicizzazione delle contraddizioni e dei conflitti” non è dovuta, come scrivono i compagni della Rete dei Comunisti, alla “fine di ogni mediazione, sociale, politica e sindacale”, ma al fatto che una crisi generale come quella attuale, che è economica, politica, sociale, ambientale e culturale può avere soluzione solo sul terreno politico: il fatto che la crisi è sfociata nella Terza guerra mondiale parla chiaro;
- che le “manifestazioni anomale” non sono dovute alla “letargia di classe che per anni ha pesato sul paese”, ma al fatto che quelle che Rete dei Comunisti chiama “le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema”, cioè il grosso delle organizzazioni e dei partiti comunisti, “per anni hanno ritenuto (Rete dei Comunisti pudicamente scrive “si era ritenuto”) “che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle masse di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale”.
Quanto al secondo tema/quesito (come le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema possono e devono rispondere alla domanda di politica e indipendenza politica), Rete dei Comunisti non indica una risposta, ma due sono le risposte e le vie che ne derivano:
- la via della sinistra borghese, che consiste nell’intensificare gli sforzi per costruire una sponda politica delle masse popolari nel Parlamento, presentata come punto massimo della lotta politica che oggi i comunisti possono organizzare e dirigere;
- la via della rinascita del movimento comunista, che consiste nel darsi i mezzi e un piano d’azione per dirigere e organizzare la lotta politica rivoluzionaria delle masse popolari.
Il convegno “Dalle piazze all’alternativa” si svolge in contemporanea al vertice di Davos, che riunisce il grosso dei caporioni del sistema imperialista mondiale, i loro rappresentanti e agenti. Alcuni dei partecipanti al convegno ricorderanno che, poco più di dieci anni fa, uno studio commissionato dall’Aspen Institute - uno dei centri studi della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti - sulle vaste proteste di massa che si erano sviluppate in oltre settanta paesi (dagli Stati Uniti alla Tunisia, dalla Grecia all’India) tra il 2008 e il 2013, dopo cioè che la crisi del capitalismo era entrata nella sua fase acuta e terminale, metteva in luce che si trattava di “proteste senza un progetto politico”: “i manifestanti non hanno un progetto collettivo, diffidando delle istituzioni, non sono interessati a prendere il potere”, “le proteste del XXI secolo somigliano, per alcuni versi, a quelle medioevali. A quel tempo le persone non scendevano in piazza con l’ambizione di rovesciare il re o di sostituirlo con un altro a loro più gradito, manifestavano per obbligare il sovrano a fare qualcosa in loro favore o per impedirgli di far loro del male”. La conclusione, e ciò che interessava chi aveva commissionato lo studio, era che le classi dominanti potevano dormire sonni tranquilli: senza un progetto politico, le proteste erano infatti “un’esplosione spettacolare, ma a conti fatti insignificante, di rabbia popolare”. Lo stesso vale oggi. Qual è, nelle condizioni attuali del nostro paese, il progetto politico che risponde “alla domanda di politica e di indipendenza politica” lo abbiamo illustrato più volte: cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, composto da persone che godono della loro fiducia e imposto rendendo il paese ingovernabile alle autorità della classe dominante.
L’obiettivo della costituzione di un tale governo non è ancora fatto proprio consapevolmente dalle forze politiche anti Larghe Intese attive nel nostro paese, ma è l’unico modo per realizzare le rivendicazioni, i programmi, le priorità, i piani che esse indicano come necessari, per dare seguito e sviluppo al movimento di insubordinazione contro il governo Meloni che si è messo in moto lo scorso anno. In particolare l’area politica di USB-Potere al Popolo-Rete dei Comunisti può tener fede al ruolo che ha assunto con la grande mobilitazione del 22 settembre, con lo sciopero del 3 ottobre, la manifestazione nazionale del 4 ottobre e successivamente con lo sciopero del 28 novembre, solo mettendosi con coscienza e determinazione alla testa del movimento delle organizzazioni operaie e popolari per la costituzione del loro governo d’emergenza.
La classe dominante è lacerata da contraddizioni che non può risolvere ma solo aggravare, il suo potere sulla società diventa sempre più debole. Le azioni di Trump e dei sionisti non sono altro che benzina sul fuoco della Terza guerra mondiale ed esasperano le contraddizioni interne alla borghesia imperialista.
Il governo Meloni è tutt’altro che stabile e forte e sta in piedi soltanto perché i principali promotori delle proteste e delle mobilitazioni popolari non si fanno ancora apertamente promotori della sua cacciata e non si sono ancora uniti e messi a capo di un fronte che promuove la costituzione di un governo di emergenza popolare deciso a dare un nuovo indirizzo politico al paese, usando a questo fine ogni appiglio offerto dalla crisi politica e dalla guerra fra comitati di affari e gruppi di potere, valorizzando ogni forma di resistenza e di mobilitazione delle masse, usando ogni occasione per rafforzare la rete degli organismi operai e popolari, affinché diventi una rete di nuove autorità pubbliche autonome dalle autorità della classe dominante e contrapposte ad esse, perché gli interessi delle masse popolari sono inconciliabili con gli interessi della classe dominante.
Elezioni, referendum sulla giustizia, manifestazioni, scioperi, disobbedienza di massa, blocchi stradali, proteste che violano il DL sicurezza, blocco del traffico di armi… tutto deve essere valorizzato per far crescere l’organizzazione e la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari fino a rendere il paese ingovernabile a qualunque governo della classe dominante. Bisogna creare una situazione tale per cui la classe dominante dovrà ingoiare un governo d’emergenza composto da sindacalisti, intellettuali, tecnici, giuristi, ecc. che godono della fiducia delle masse popolari organizzate. Questa è la risposta alla “domanda di politica e di indipendenza politica”, questo è il passo concreto che bisogna far fare alla mobilitazione popolare per spezzare le catene della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti e aprire ad un nuovo corso delle cose, per aprire la strada all’instaurazione del socialismo.
Cacciamo
il governo Meloni, sottomesso alla Comunità Internazionale dei
gruppi imperialisti!
Lottiamo
per instaurare un governo d’emergenza delle masse popolari
organizzate!
Vincere
è possibile, dipende da noi!
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