Comunicato CC 09/2026 - 12 giugno 2026
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Per vincere, un esercito deve anzitutto avere un comando deciso a vincere e capace di fare la guerra
Bilancio delle mobilitazioni di maggio e prospettive della lotta per cacciare il governo Meloni
Perché le grandi mobilitazioni dell’autunno 2025 a sostegno della Flotilla contro il genocidio perpetrato dai sionisti e in solidarietà con il popolo palestinese non si sono ripetute a maggio di quest’anno a sostegno della nuova missione della Flotilla?
Perché i NO al referendum di marzo contro la riforma della magistratura non si sono tradotti in voti per le liste anti Larghe Intese alle elezioni comunali di maggio e giugno nelle città dove erano presenti?
Tra i promotori delle mobilitazioni dell’autunno 2025 e delle liste anti Larghe Intese e tra quanti si dichiarano comunisti si scontrano due risposte a queste domande.
- Da una parte chi attribuisce la responsabilità alle masse popolari e rispolvera la tesi della “arretratezza”, della “passività”, della “indifferenza”, della “scarsa combattività” di esse, pur declinandola con sfumature diverse: “la Palestina è passata di moda”, “non c’è più l’aspetto emotivo che aveva riempito le piazze l’anno scorso”, “ai lavoratori interessano più questioni come salario, posto di lavoro, ecc.”, “la gente è spaventata dalle multe, dalle inchieste, dai fogli di via e dal resto dell’armamentario repressivo messo in campo dal governo Meloni contro gli attivisti pro Pal”, “le masse popolari non capiscono chi le rappresenta veramente”.
- Dall’altra chi, come noi del (n)PCI, individua la causa nella linea seguita dai centri promotori delle grandi mobilitazioni popolari dell’autunno 2025 e del NO al referendum di marzo 2026, a partire dal sindacalismo di base e dalla sinistra della CGIL, dall’area di USB/Rete dei Comunisti/Potere al Popolo che, rilanciando la parola d’ordine di “bloccare tutto” lanciata dal CALP di Genova, aveva avuto un ruolo importante nelle mobilitazioni dell’autunno scorso: una linea non all’altezza degli obiettivi che proprio i risultati delle mobilitazioni dell’autunno 2025, della vittoria del NO al referendum e anche delle mobilitazioni per il 25 Aprile rendevano possibili e necessari, ponevano all’ordine del giorno. Questa seconda risposta è illustrata in modo chiaro e argomentato dal Partito dei CARC, nostro partito fratello, negli articoli Rivoluzionari, non apprendisti stregoni e Imparare a pensare come chi si vuole liberare pubblicati sul numero di giugno del suo mensile Resistenza: ad essi quindi rimandiamo.
A quanto scrive il P.CARC, aggiungiamo tre cose.
1. La seconda risposta è coerente con il criterio generale, valido per ogni comunista degno di questo nome, che della combattività delle masse va chiesta ragione ai dirigenti delle masse. Da dove viene infatti la combattività delle masse? Come si suscita, si incoraggia, si alimenta la combattività delle masse? O, all’opposto, come si smorza, si deprime, si soffoca? Se le organizzazioni che ci sono, se i dirigenti che ci sono disperdono e sterilizzano l’attività delle masse, se scoraggiano e seminano disfattismo e pessimismo, se le masse sono combattive finiranno per esserlo meno. I dirigenti non sono a fianco delle masse: devono essere alla testa. Se le organizzazioni che ci sono e i dirigenti che ci sono non elaborano piani realistici e buoni, se non mobilitano le forze di cui dispongono in lotte vincenti utilizzando tutti i metodi e strumenti di lotta necessari per raggiungere il proprio scopo, se non si danno i mezzi della propria politica, mai e poi mai susciteranno e tanto meno alimenteranno la combattività delle masse. Finiranno per smorzare anche quella che c’è. La combattività delle masse non cade dal cielo né dipende da combinazioni astrali o dall’emotività. Si sviluppa perché nel mezzo di condizioni sempre più intollerabili di oppressione e di sfruttamento gruppi e individui d’avanguardia elaborano un’analisi e una linea giuste, sulla base di esse raccolgono le forze disponibili e le guidano in lotte che hanno come obiettivo la mobilitazione e la raccolta delle forze e sulla base delle forze raccolte e dei risultati ottenuti rilanciano una lotta di livello superiore. Della combattività delle masse va chiesta ragione ai dirigenti, non alle masse. Perché le masse siano combattive, perché la combattività delle masse non si esaurisca, bisogna che le masse abbiano dirigenti e organismi capaci di indicare una linea giusta, che le masse abbiano dirigenti capaci di organizzarle e dirigerle in modo da vincere, dirigenti (individui e organismi) che si diano i mezzi della propria politica. La scarsa combattività delle masse deve essere un motivo di autocritica per i dirigenti, deve spingere gli elementi d’avanguardia a unirsi su una linea e in un’organizzazione per poter dirigere le masse in modo da crescere e vincere, partendo dal livello a cui sono. Da qui bisogna partire: dal bilancio della propria attività, dall’analisi della situazione, dalla linea politica e dalla dedizione dei dirigenti alla causa. Per vincere, un esercito deve anzitutto avere un comando che vuole vincere e capace di fare la guerra. Senza questo, anche l’esercito più combattivo prima o poi sbanda o viene battuto.
2. Dai picchetti davanti alle aziende della logistica in provincia di Milano, l’alta adesione dei lavoratori delle ferrovie, il blocco del transito di armi al porto di Gioia Tauro durante lo sciopero del 29 maggio, alla mobilitazione del 6 giugno contro la strage di immigrati ad Amendolara (CS), dalle iniziative a sostegno del popolo palestinese che continuano a quelle contro la guerra, le basi USA-NATO, il militarismo che si sono tenute in tutto il paese il 2 giugno… sono mille gli esempi che mostrano la disponibilità alla lotta delle masse popolari. Per essere efficaci, per durare nel tempo, per non esaurirsi a causa della scarsità o della mancanza di risultati immediati, per non essere surclassati dalla mobilitazione reazionaria e dalle “guerre tra poveri” che la borghesia fomenta, perché ogni mobilitazione e ogni lotta rafforzi le altre, perché ogni conquista e ogni vittoria diventi punto di partenza per obiettivi superiori, bisogna che in ogni mobilitazione e in ogni organizzazione gli elementi più avanzati portino e illustrino una visione lungimirante del processo che stiamo vivendo.
Dobbiamo non limitarci solo alle rivendicazioni: il successo di una rivendicazione dipende sempre in qualche misura dalle autorità e dai padroni, cioè da nemici delle masse popolari. Da gente che, se costretta, farà ma cercherà di fare il meno possibile, per meno tempo possibile, sabotando o boicottando, cercando di mettere masse contro masse, di favorire uno contro un altro, senza prendere le misure necessarie a contenere gli aspetti negativi - secondari e temporanei ma reali - che ogni cambiamento comporta, di tirarsi indietro appena la pressione si allenta. Tutte le rivendicazioni devono confluire nella lotta comune per costituire un governo d’emergenza formato dalle stesse organizzazioni operaie e popolari e che abbia come suo programma gli interessi delle masse popolari. L’esperienza di questo governo porterà a concretizzare l’obiettivo di fare dell’Italia un nuovo paese socialista e unirsi su questa base più strettamente alle masse popolari di altri paesi che perseguono o avranno realizzato l’analogo obiettivo instaurando il socialismo. Questa infatti è la soluzione al disastro in cui la borghesia imperialista sprofonda tutto il mondo.
3. Le organizzazioni sindacali e politiche e i personaggi che costituiscono gli attuali centri autorevoli delle masse popolari si avvicinano al cuore del problema, ma non osano ancora tirare le conclusioni e agire di conseguenza.
Un esempio? Potere al Popolo indica quattro interventi “coraggiosi e immediati” per far fronte all’aumento dei prezzi e delle bollette:
“a) approvazione rapida della legge sul salario minimo. Non quello delle opposizioni, ma quello da noi proposto nel 2022, ossia un salario minimo agganciato all’inflazione, che permetta a milioni di lavoratori e lavoratrici povere di avere un ritorno immediato in busta paga e di reggere di fronte a misure inflattive;
b) tetto al prezzo del carburante e dell’energia. Prezzo su cui stanno già speculando – dalle raffinerie e dagli hub di rigassificazione fino ai centri di distribuzione – le grandi multinazionali. Come nel 2020 – durante l’emergenza Covid – il governo impose un calmiere al prezzo delle mascherine, così oggi dobbiamo lottare per imporre un tetto al prezzo del carburante;
c) per fermare la guerra, serve un segnale immediato: rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato genocida e di apartheid di Israele. Sanzioni commerciali, a partire dallo stop all’import-export di armi. Esclusione totale della possibilità per gli USA di utilizzare il suolo italiano, per qualsiasi tipo di operazione connessa con la guerra in Iran e in Libano. Senza mettere in discussione la Nato e la sottomissione all’imperialismo USA di cui è strumento, non potremo mai realmente opporci alla guerra e alle sue conseguenze;
d) una tassa sugli extra-profitti, che garantisca allo Stato un extra-gettito in grado di finanziare misure contro il carovita – come la riduzione delle accise, ma anche la gratuità del trasporto pubblico urbano e il finanziamento di supermercati pubblici che distribuiscano beni di prima necessità a prezzo di costo –, senza gravare sulla sanità e sul welfare di lavoratrici e lavoratori”.
E aggiunge: “è evidente però che il governo Meloni sta tutelando gli interessi di una minoranza, esattamente come il governo Draghi durante la guerra in Ucraina”. La conclusione che tira? “Non ci faremo prendere in giro una seconda volta: siamo pronte e pronti a mobilitarci per evitare che questa guerra criminale ci travolga tutte e tutti”...
Il 14 giugno l’area politica di Potere al Popolo ha organizzato un’assemblea nazionale a Roma per “costruire un campo politico indipendente”. Che sia l’occasione perché la parte avanzata di quest’area tiri una conclusione in termini di linea d’azione coerente con le misure che indica come necessarie. Tanto più che, come sostiene lo stesso Potere al Popolo, “per più di tre anni ci hanno descritto il Governo Meloni come emblema di un esecutivo forte, stabile, capace di durare per anni. Se non per un “ventennio”. Un racconto spinto non solo dall’ultradestra politica e mediatica – in fondo cos’altro avrebbe dovuto fare se non magnificare sé stessa? – ma anche da opposizioni parlamentari e media “progressisti”. Dopo i 15 milioni di “NO” al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, però, lo scenario è mutato repentinamente. Nella rappresentazione e percezione pubblica un governo “granitico” ha lasciato il passo a uno assai friabile”.
La classe dominante è lacerata da contraddizioni che non può risolvere ma solo aggravare, il suo potere sulla società diventa sempre più debole. Le azioni dell’amministrazione Trump e dei sionisti non sono altro che benzina sul fuoco della Terza guerra mondiale ed esasperano le contraddizioni interne alla borghesia imperialista. Il governo Meloni traballa, così come traballano i governi dei principali paesi imperialisti europei. “Se ci fosse un’opposizione seria e veramente alternativa”, ha scritto USB all’indomani dello sciopero del 18 maggio, “avrebbe fatto le valigie da un pezzo”. La “opposizione seria e alternativa” al governo Meloni non sono il M5S o AVS né tanto meno il PD.
La opposizione è quella incarnata dagli organismi operai e popolari, dai coordinamenti, dalle associazioni che animano la ribellione contro la Terza guerra mondiale, l’economia di guerra e la corsa al riarmo, contro il sistema imperialista e i suoi vari effetti e manifestazioni. Il passo che occorre per cacciare il governo Meloni è che questa opposizione diventi alternativa: che le organizzazioni e i personaggi che la animano diventino apertamente promotori della cacciata di Meloni& C. senza aspettare le elezioni del 2027, si uniscano in un fronte che promuove la costituzione di un governo di emergenza popolare deciso nell’immediato a dare un nuovo indirizzo politico al paese, usino ogni appiglio e occasione per rafforzare la rete degli organismi operai e popolari, per farla diventare una rete di nuove autorità pubbliche autonome dalle autorità della classe dominante e contrapposte ad esse. Su questa base è possibile usare anche le elezioni come strumento per spezzare l’alternanza tra i due poli delle Larghe Intese e far crescere la lotta contro il governo Meloni: a quel punto, infatti, le elezioni costituiscono uno degli aspetti di un piano di guerra il cui esito non dipende solo o principalmente da “chi vince le elezioni”. Su questa base è possibile mobilitare buona parte dei milioni di persone che non vanno più a votare perché hanno sperimentato in prima persona che i due poli delle Larghe Intese sono due facce della stessa medaglia; che per cambiare le cose non basta avere una pattuglia di oppositori in Parlamento come quando il PRC prometteva di “far piangere anche i ricchi”; che non basta neanche mandare al governo gente che si dice decisa a “cacciare la casta” e ad “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, come prometteva il M5S, ma non osa fondare la sua azione sulle masse popolari organizzate.
Osare lottare e guardare lontano!
Vincere è possibile, dipende da noi!
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