La Voce 80 - luglio 2025
Per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato
Gramsci e la lotta contro lo spontaneismo
Cari compagni,
nel n. 79 di La Voce avete pubblicato due articoli per la lotta contro lo spontaneismo, uno che riprende e commenta quanto affermato a suo tempo da Lenin e l’altro che promuove la lotta contro lo spontaneismo oggi tra le file della Carovana del (n)PCI.(1) Anche Antonio Gramsci si è occupato a più riprese della lotta contro lo spontaneismo. Porto quindi come contributo a questa lotta l’esame della Nota 48 del Quaderno 3 dei Quaderni del carcere , il cui titolo è Passato e presente. Spontaneità e direzione consapevole, dei primi anni Trenta del secolo scorso.
1. La rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato richiede una lotta decisa e sistematica contro lo spontaneismo , p. 26 e seguenti, e Combattere lo spontaneismo anche nelle nostre file , p. 57 e seguenti.
Punti chiave del testo di Gramsci sono i seguenti.
- Per “spontaneità” Gramsci intende la lotta spontanea della classe operaia e delle masse popolari, per “direzione consapevole” intende l’azione del movimento comunista cosciente e organizzato (MCCO).(2)
- Spontaneità e direzione consapevole sono opposti ma in relazione dialettica. Uno non è l’altro ma non è mai senza l’altro. I movimenti delle classi oppresse nel corso dei secoli sono spontanei, ma in essi c’è sempre un elemento di direzione consapevole che non riusciamo a conoscere perché le classi oppresse non scrivono la loro storia.
- La spontaneità è un fenomeno oggettivo, lo spontaneismo è la concezione soggettiva che esalta la spontaneità come metodo.
- Gli spontaneisti sono di due tipi.
Gli uni esaltano la spontaneità come metodo tramite cui la classe oppressa potrebbe ottenere ciò per cui lotta, sia esso obiettivo immediato come quello che si pone un singolo sciopero, sia esso generale come una serie di scioperi che si susseguono fino a rovesciare l’ordine degli oppressori. Gramsci chiama costoro “gli studiosi”. Esempio è Sorel.(3)
Gli altri propagandano la spontaneità come metodo di azione politica generale, rifiutano il lavoro di elaborazione teorica come superfluo o innaturale, cioè secondo loro artificioso. Si adagiano nelle condizioni esistenti come se si potesse arrivare all’obiettivo lasciandosi trainare dalla corrente. Gramsci chiama costoro “i politicanti”. Esempio è Bernstein,(4) e con lui i vertici del PSI con cui Gramsci ha avuto direttamente a che fare.
- Gli spontaneisti del primo tipo, “gli studiosi”, pongono al centro della lotta di classe le lotte rivendicative, presumendo che l’elemento politico da quelle sorgerà spontaneamente. Questa loro posizione segue alla sconfitta della Comune di Parigi che ha tarpato le ali all’azione politica rivoluzionaria e la lotta di classe è regredita al movimento rivendicativo. La giustificazione era che “la lotta rivendicativa è concreta, la lotta rivoluzionaria è astratta”. In realtà stavano nei limiti posti dalla borghesia, che consente le lotte rivendicative e non la lotta rivoluzionaria.
- Il movimento dei Consigli di Fabbrica del Biennio Rosso pone termine al lungo periodo di passività seguito alla sconfitta della Comune di Parigi e che aveva reso inermi le classi oppresse di fronte alla guerra. È unità di spontaneità e direzione consapevole, unità di opposti, unità dialettica, incomprensibile e inarrivabile per chi è unilaterale, per chi sa vedere solo un lato dei fenomeni.
- Unilateralità significa da un lato dogmatismo, riduzione della teoria a dogma, attitudine ad appiccicare alla realtà i principi che uno ha in mente, dall’altro economicismo e movimentismo, attitudine a una lotta senza principi e obiettivi generali.
- Dialettica significa usare la teoria per individuare nel movimento spontaneo gli elementi utili a cogliere il suo obiettivo e per depurarlo dagli elementi che gli impediscono di coglierlo.
- La spontaneità diventa così elemento di “forza naturale” che la direzione consapevole trasforma in energia utile. In questo caso la lotta spontanea si trasforma in lotta per il socialismo.
- In questo modo la teoria, cioè la direzione consapevole, si sposa con la spontaneità. I due elementi si compenetrano in un rapporto virtuoso e fertile.
- L’unità di spontaneità e direzione consapevole è una necessità. Se il MCCO rinuncia o non riesce a dare al movimento spontaneo delle masse popolari direzione rivoluzionaria, quel movimento prende direzione reazionaria. Storicamente e fino ai tempi in cui Gramsci scrive, la mobilitazione reazionaria è l’esito più frequente.
- Il dogmatico spaccia l’idea che sarebbe “vera” solo la mobilitazione spontanea che ha piena coscienza di se stessa. È un’idea assurda, perché non esiste nulla del genere nel mondo né in qualsiasi tempo. La ragion d’essere di questa idea è che serve agli opportunisti che si rifiutano di intraprendere un lavoro se non ci sono le condizioni perfette che richiedono.
- La concezione comunista del mondo sa comprendere la ricchezza, sa sciogliere la complessità, sa intendere negativo e positivo di ogni mobilitazione spontanea.
Questa è la sintesi del testo di Gramsci. Riporto e commento i passi che ci interessano: le citazioni, quando non è specificata la fonte in nota, sono da questo suo testo.
2. Il movimento comunista cosciente e organizzato è l’insieme di organismi che hanno l’obiettivo di instaurare il socialismo. Alla sua testa stanno i partiti comunisti.
3. Georges Eugène Sorel (1847 - 1922), filosofo, sociologo, ingegnere e pensatore francese. Sorel è stato il principale teorico del sindacalismo rivoluzionario.
4. Eduard Bernstein (1850 - 1932), politico tedesco, primo teorico del revisionismo.
Gramsci scrive “che non esiste nella storia la «pura» spontaneità: essa coinciderebbe con la «pura» meccanicità”. Intende dire che in ogni movimento per quanto spontaneo che riguarda la società esiste qualche elemento di coscienza, di direzione consapevole che in certa misura lo promuove e lo mantiene. Diversamente sarebbe meccanicità, come nel resto della natura, quando ad esempio una valanga di neve precipita in basso. Abbiamo anche noi esperienza del fatto che in una lotta spontanea che vediamo sorgere in una fabbrica o in un territorio c’è qualcuno con una certa coscienza politica o anche membro di una organizzazione sindacale o politica che la promuove pur se non compare.
Gli “elementi di direzione consapevole” sono difficili da individuare. Gramsci scrive: “Nel movimento «più spontaneo» gli elementi di «direzione consapevole» sono semplicemente incontrollabili, non hanno lasciato documento accertabile. Si può dire che l’elemento della spontaneità è perciò caratteristico della «storia delle classi subalterne» e anzi degli elementi più marginali e periferici di queste classi, che non hanno raggiunto la coscienza della classe «per sé» (5) e che perciò non sospettano neanche che la loro storia possa avere una qualsiasi importanza e che abbia un qualsiasi valore lasciarne tracce documentarie”. I membri delle classi oppresse non lasciano traccia della loro storia e del loro pensiero perché, dice Gramsci, si sottovalutano però, aggiungo io, anche quando hanno intenzione di scrivere di sé si trovano privi di strumenti per farlo. La classe dominante riserva a sé stessa quelle che chiamiamo attività specificamente umane, che includono la capacità di leggere e scrivere. Per gli oppressi imparare a leggere e scrivere è una lotta.(6)
È una lotta anche e soprattutto per noi comunisti. Noi per primi dobbiamo imparare a leggere e soprattutto a scrivere, che è modo per articolare il nostro pensiero, per dargli “direzione consapevole”, perché “pensare non è come cagare, che a ogni animale viene spontaneo con l’esistenza”.(7)
Secondo Gramsci, quindi, in ogni movimento spontaneo una qualche forma di direzione consapevole c’è: “che in ogni movimento «spontaneo» ci sia un elemento primitivo di direzione consapevole, di disciplina, è dimostrato indirettamente dal fatto che esistono delle correnti e dei gruppi che sostengono la spontaneità come metodo. A questo proposito occorre fare una distinzione tra elementi puramente «ideologici», ed elementi d’azione pratica, tra studiosi che sostengono la spontaneità come «metodo» immanente ed obbiettivo del divenire storico e politicanti che la sostengono come metodo «politico». Nei primi si tratta di una concezione errata, nei secondi si tratta di una contraddizione immediata e meschina che lascia vedere l’origine pratica evidente, cioè la volontà immediata di sostituire una determinata direzione a un’altra”.
Gramsci qui distingue gli spontaneisti in due categorie, “studiosi” e “politicanti”.(8)
5. “Classe per sé” significa classe consapevole di sé, quindi in grado di conoscersi, di organizzarsi, di avanzare verso il proprio obiettivo che, nel caso della classe operaia, è l’abolizione della divisione in classi e quindi di tutte le classi, se stessa inclusa.
6. Per una definizione precisa e sintetica di cosa sono le attività specificamente umane vedi Manifesto Programma del (nuovo)Partito comunista italiano (MP), Ed. Rapporti Sociali - 2008, pp. 249 - 250.
La lotta delle classi oppresse per conquistare attività spirituali che gli oppressori riservano a sé quali la conoscenza e la pratica delle scienze e delle arti dura fino dall’inizio della divisione in classi. Lo riferiscono l’ebraismo e il cristianesimo con la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden per avere osato attingere all’albero della conoscenza e la mitologia greca con il mito di Prometeo condannato a supplizio eterno per la stessa “colpa”. In epoca moderna abbiamo Alessandro Manzoni (1785 - 1873) che si chiede chi zapperà la terra quando i contadini impareranno a leggere e scrivere e Leone XIII (1810 - 1903) che condanna come blasfemia l’intento di insegnare a leggere e scrivere al popolo analfabeta.
7. (n)PCI, Avviso ai naviganti 22, 4 agosto 2013, in https://www.nuovopci.it/dfa/avvnav22/avvnav22.html.
8. Vedi la distinzione spiegata nella sintesi all’inizio di questo testo. La distinzione è, ad esempio, tra un dirigente odierno di un sindacato di base che presume di cambiare la realtà sommando lotta a lotta e un dirigente che predica il movimentismo da un seggio parlamentare, come fu a suo tempo Fausto Bertinotti.
Tra quelli che chiama “studiosi” cita Sorel, teorico del sindacalismo rivoluzionario. Il sindacalismo rivoluzionario è fortemente influenzato dall’anarchismo. È contro il partito, e infatti sorge come reazione alla deviazione revisionista dei partiti della Seconda Internazionale, che - con l’importante eccezione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo e pochi altri - si ridussero ad essere partiti operativi nell’ambito politico definito dalla borghesia, quindi a piegarsi a ogni compromesso. Furono, nel migliore dei casi, economicisti, cioè impegnati solo nel rispondere alle esigenze particolari della classe operaia che si ponevano come rivendicazioni sindacali, e dogmatici, cioè che parlavano della rivoluzione come di un evento che sarebbe stato esito naturale, compimento di un progressivo e pacifico sviluppo nell’ambito della democrazia borghese.
La Prima guerra mondiale fu la smentita delle loro tesi e ad essa seguirono il fascismo e il nazismo, a dimostrazione che la borghesia non aveva alcuna intenzione di sparire come classe e di cessare di sfruttare la classe operaia. Ancora prima della guerra, però, i loro limiti ed errori fecero sorgere nella classe operaia una opposizione che in paesi come la Francia e l’Italia prese la forma dell’anarchia: gli anarchici mostravano la fine dei partiti socialdemocratici come prova che ogni partito finisce per corrompersi e corrompere.
Sorel e i sindacalisti che lo seguivano erano apolitici, dice Gramsci. La loro posizione, scrive, era “la conseguenza dei terribili fatti parigini del ‘71: la continuazione, con metodi nuovi e con una brillante teoria, della passività trentennale (1870-1900) degli operai francesi”. I “terribili fatti parigini del ‘71” di cui Gramsci parla sono la sconfitta e la repressione della Comune di Parigi, che annichilirono la capacità reattiva della classe operaia francese per trent’anni, dice Gramsci. Nei paesi imperialisti gli spontaneisti spacciarono il rifiuto della politica come cosa nuova e brillante.
Una delle contraddizioni principali nella società divisa in classi fino dalle origini è quella tra pratica e teoria. Separare i due elementi conduce a due grandi deviazioni che ostacolano la rinascita del movimento comunista, l’economicismo e il dogmatismo. Alla pratica separata dalla teoria, l’economicismo, è speculare la teoria separata dalla pratica, il dogmatismo. Economicisti e dogmatici non possono capire un movimento come quello dei Consigli di Fabbrica nel Biennio Rosso a Torino, dove pratica e teoria si sposano. Gramsci scrive che “nel movimento dei Consigli di Fabbrica la direzione non era «astratta», non consisteva nel ripetere meccanicamente delle formule scientifiche o teoriche: non confondeva la politica, l’azione reale con la disquisizione teoretica; essa si applicava a uomini reali, formatisi in determinati rapporti storici, con determinati sentimenti, modi di vedere, frammenti di concezioni del mondo ecc., che risultavano dalle combinazioni «spontanee» di un dato ambiente di produzione materiale, con il «casuale» agglomerarsi in esso di elementi sociali disparati. Questo elemento di «spontaneità» non fu trascurato e tanto meno disprezzato: fu educato, fu indirizzato, fu purificato da tutto ciò che di estraneo poteva inquinarlo, per renderlo omogeneo, ma in modo vivente, storicamente efficiente, con la teoria moderna. Si parlava dagli stessi dirigenti di «spontaneità» del movimento; era giusto che se ne parlasse: questa affermazione era uno stimolante, un energetico, un elemento di unificazione in profondità, era più di tutto la negazione che si trattasse di qualcosa di arbitrario, di avventuroso, di artefatto e non di storicamente necessario. Dava alla massa una coscienza «teoretica», di creatrice di valori storici ed istituzionali, di fondatrice di Stati”.(9)
9. La classe operaia si pone come “fondatrice di Stati”, cioè lotta per fare dell’Italia un paese socialista.
La direzione, scrive Gramsci in questo passo, si applicò “ad uomini reali, formatisi in determinati rapporti storici, con determinati sentimenti, modi di vedere, frammenti di concezioni del mondo ecc., che risultavano dalle combinazioni «spontanee» di un dato ambiente di produzione materiale, con il «casuale» agglomerarsi in esso di elementi sociali disparati”. Questa affermazione è formulazione della linea di massa, che consiste nel raccogliere le idee sparse e confuse delle masse, elaborarle alla luce del materialismo dialettico per ricavarne obiettivi, linee, metodi e criteri e portarli tra le masse fino a che queste li fanno propri e li attuano.(10) Di questo parla Gramsci quando dice che un movimento spontaneo “fu educato, fu indirizzato, fu purificato da tutto ciò che di estraneo poteva inquinarlo, per renderlo omogeneo, ma in modo vivente, storicamente efficiente, con la teoria moderna”. La teoria moderna (11) è la concezione comunista del mondo che toglie dall’elemento spontaneo tutto ciò che lo inquina, e così lo unifica, e fa convergere la mobilitazione delle masse popolari in senso rivoluzionario.
10. La formulazione compiuta della linea di massa come principale metodo di lavoro e di direzione dei comunisti è uno dei sei principali apporti di Mao Tse-tung allo sviluppo della scienza comunista.
Il P.CARC la illustra nella Tesi 77 del Terzo congresso (2012) e nell’articolo Mao Tse-tung e la linea di massa, in Resistenza n. 3 - marzo 2014 (https://www.carc.it/2014/02/25/mao-tse-tung-e-la-linea-di-massa).
11. L’uso del termine “teoria moderna” è per ingannare la censura.
La concezione comunista del mondo è unità di spontaneità e direzione consapevole. Gramsci scrive:
“ Questa unità della «spontaneità» e della «direzione consapevole», ossia della «disciplina» è appunto l’azione politica reale delle classi subalterne, in quanto politica di massa e non semplice avventura di gruppi che si richiamano alla massa. Si presenta una questione teorica fondamentale, a questo proposito: la teoria moderna può essere in opposizione con i sentimenti «spontanei» delle masse? (...) Non può essere in opposizione: tra di essi c’è differenza «quantitativa», di grado, non di qualità: deve essere possibile una «riduzione», per così dire, reciproca, un passaggio dagli uni all’altra e viceversa”.
Il “senso comune” di cui Gramsci parla qui non è una cosa negativa in se stesso. Negativo è non distinguere in esso quanto va nel senso della abolizione della divisione in classi e quanto in esso è funzionale al mantenerla. Nel “senso comune” ci sono “elementi spontanei” che sono anche tensione al comunismo, che è compito dei comunisti distinguere e separare da tutti quegli elementi che invece a questa tensione si oppongono, e che la borghesia imperialista alimenta e coltiva. Strumento per distinguere è la linea di massa.
Bisogna quindi intervenire nei movimenti spontanei per portarvi direzione consapevole, e in ogni occasione possibile. Gramsci scrive: “Trascurare e peggio disprezzare i movimenti così detti «spontanei», cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli ad un piano superiore inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi. Avviene quasi sempre che a un movimento «spontaneo» delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti: una crisi economica, per esempio, determina malcontento nelle classi subalterne e movimenti spontanei di massa da una parte, e dall’altra determina complotti dei gruppi reazionari che approfittano dell’indebolimento obbiettivo del governo per tentare dei colpi di Stato. Tra le cause efficienti di questi colpi di Stato è da porre la rinunzia dei gruppi responsabili a dare una direzione consapevole ai moti spontanei e a farli diventare quindi un fattore politico positivo. (…) La concezione storico-politica scolastica e accademica [i comunisti dogmatici, ndr], per cui è reale e degno solo quel moto che è consapevole al cento per cento e che anzi è determinato da un piano minutamente tracciato in antecedenza o che corrisponde (ciò che è lo stesso) alla teoria astratta. Ma la realtà è ricca delle combinazioni più bizzarre ed è il teorico che deve in questa bizzarria rintracciare la riprova della sua teoria, “tradurre” in linguaggio teorico gli elementi della vita storica, e non viceversa la realtà presentarsi secondo lo schema astratto. Questo non avverrà mai e quindi questa concezione non è che una espressione di passività”.
Di questo passaggio sottolineo tre aspetti.
- Gramsci spiega che, se non orientiamo la mobilitazione delle masse popolari in senso rivoluzionario, allora prevale la mobilitazione reazionaria, diremmo noi. Se non lo facciamo, secondo Gramsci, siamo causa della mobilitazione reazionaria. Solo i comunisti possono dare indirizzo rivoluzionario alla mobilitazione delle masse popolari e quindi devono farlo. Gramsci parla del PSI, che non seppe impedire l’ascesa del fascismo, e di Bordiga, che disprezzò il movimento antifascista degli Arditi del Popolo. Lo stesso Gramsci, però, non seppe intervenire nel movimento della piccola borghesia di cui il fascismo prese la testa. In un suo articolo del 1919 (vedasi in http://www.antoniogramsci.com/scimmie.htm) disprezzava come massa di “scimmie” la piccola borghesia, considerandola tutta un blocco unico intruppato nel fascismo, in un movimento privo di senso e destinato a frantumarsi immediatamente: “La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata alla “autorità” della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione”. Il giudizio di Gramsci sarà opposto nel 1930 (QC, Quaderno 3, Nota 44, p.322): “Era evidente che la guerra, con l’enorme sconvolgimento economico e psicologico che aveva determinato specialmente tra i piccoli intellettuali e i piccoli borghesi, avrebbe radicalizzato questi strati. Il partito se li rese nemici gratis, invece di renderseli alleati, cioè li ributtò verso la classe dominante”.
- Nelle situazioni critiche l’esito può essere la mobilitazione rivoluzionaria o la mobilitazione reazionaria delle masse popolari, e Gramsci segnala che la mobilitazione reazionaria è più frequente. Qui va chiarito che l’esito reazionario non dipende da una supposta “natura delle masse popolari” che tenderebbero “naturalmente” verso la reazione come uno che perde l’equilibrio naturalmente finisce a terra, ma dalle carenze dei comunisti, che non riescono a imporsi a fronte della borghesia imperialista nel conquistare la fiducia delle masse popolari.
- Soprattutto qui Gramsci tratta della direzione che i comunisti devono dare all’elemento spontaneo, spiega l’origine del movimento spontaneo e mostra il legame dialettico tra i due. Quindi insegna che i comunisti non devono limitarsi a propagandare il socialismo e prepararsi per quando la rivoluzione socialista scoppierà, al modo dei comunisti dogmatici. I comunisti devono elevare a un piano superiore i movimenti spontanei delle masse popolari. Da quando la storia dell’umanità ha posto all’ordine del giorno l’instaurazione del socialismo, la rivoluzione non scoppia. “La rivoluzione che scoppia” era quello che avveniva quando la trasformazione all’ordine del giorno era l’avvento al potere di una nuova classe sfruttatrice tra quelle che fino allora erano state oppresse.
Lotta contro lo spontaneismo è quindi lotta contro la concezione secondo cui la rivoluzione è cosa che scoppia, fenomeno che dovrebbe caderci dal cielo o accaderci per benvolere della Provvidenza, come dice Gramsci in senso ironico quando critica gli spontaneisti in più parti dei suoi Quaderni . Li chiama “mistici”, gente che aspetta una “folgorazione miracolosa”, che al momento dello scoppio si aspetta di “organizzare fulmineamente le proprie truppe, di creare i quadri, o almeno di porre i quadri esistenti (elaborati fino allora dal processo storico generale) fulmineamente al loro posto di inquadramento delle truppe disseminate; di creare fulmineamente la concentrazione dell’ideologia e dei fini da raggiungere” (QC, Quaderno 7, Nota 10).
Paolo Babini - Centro Studi Labriola